Come eravamo al tempo di Re Napoleone

Pratissoli racconta la “Cronaca di Correggio” del vellani

«Gran stagione stravagante è mai questa, ma giacché si sono mutati gli uomini e tutto il mondo e si sono mutate anche le stagioni» e poi «chi fà bene e chi fà male, e per noi poveri va sempre male». 

È quanto annota Pietro Vellani, autore della “Cronaca di Correggio”.
Questo e altro si può leggere nel secondo volume pubblicato e recentemente presentato in un’assemblea pubblica al Palazzo dei Principi.
Vellani, per anni cameriere nel collegio dei Padri Scolopi e poi maestro di scuola, racconta trentacinque anni di vicende quotidiane vissute dalla popolazione correggese, dal 1794 al 1829.

Il secondo volume copre gli anni dal 1806 al 1811. «Sono gli anni del nuovo Regno, proclamato da Napoleone Bonaparte imperatore dei francesi e re d’Italia» spiega Valter Pratissoli, l’appassionato curatore che firma l’introduzione all’opera.
«Nel primo volume della Cronaca si susseguono eventi tumultuosi: se la svigna il Duca, Ercole d’Este, cui i correggesi erano molto devoti; viene issato l’albero della libertà dai giacobini nostrani in piazza sotto l’orologio; arrivano a Correggio le truppe francesi; passa il generale Napoleone che sosta in piazza delle Erbe; si eleggono i rappresentanti della Repubblica Cispadana e poi Cisalpina.
Gli anni del secondo volume invece vivono un periodo di calma piatta nella Correggio del regno di Bonaparte, dove i riti ripetitivi della religione e il quieto vivere cittadino sembrano riprendere il loro ruolo rassicurante».

E così il Vellani annota, giorno dopo giorno, gli eventi meteo, con un’enfasi particolare per il terremoto del 1806, vissuto come un trauma memorabile; poi i fatti di cronaca nera, le ricorrenze religiose, le feste popolari, gli spettacoli teatrali, l’andamento dei raccolti e dei prezzi dei generi di prima necessità.
Fanno capolino proverbi, credenze superstiziose, saperi pratici e giudizi morali. 

«Politicamente parlando -osserva Pratissoli- negli anni successivi all’invasione francese, il Vellani era rimasto legato alle idee degli “aristocratici”: poi, da buon moderato, prudente e un po’ opportunista, si adatta a “navigare secondo il vento”, come scrive lui stesso.
Anche durante il periodo più quieto del Regno d’Italia, marca la sua distanza dai “democratici”, rimpiangendo nel suo intimo l’antico regime o quantomeno, esplicitamente, alcuni suoi aspetti».

Una storia locale, quindi descritta con la parzialità di un indomito conservatore?

«Piuttosto con un certo distacco.
Del resto Napoleone, quando passa da Correggio, ordina di bruciare il libro d’oro della nobiltà… ma poi anche nel Regno d’Italia sono sempre gli stessi a dar corpo alla classe dirigente municipale.
E gli umori popolari sono solo lambiti dai grandi eventi.
Rivoluzione o restaurazione, i problemi della povera gente di Correggio sono sempre quelli su cui batte il chiodo il Vellani: burocrazia, rincari, carestie, speculazioni, nuovi balzelli, leva obbligatoria, presenza di truppe straniere.
Trentacinque anni di storia vista, vissuta e sentita proprio dal basso, da quel popolo cui appartiene anche l’autore, per arrivare a quei poveri cui “va sempre male” e che in questa Cronaca non vengono ignorati».

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