Come cambia l’agricoltura

Come cambia l’agricoltura

Come cambia l’agricoltura

Cinquant’anni di trasformazioni e di passaggi generazionali

Come cambia l’agricoltura

Davide Giovanetti e la sorella Francesca

L’agricoltura è il settore produttivo primario. Un comparto vitale, peraltro ricco di prospettive future, che a Correggio nel corso di 50 anni si è trasformato sia dal punto di vista produttivo che dell’indotto.
Alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, come emerge dal confronto con i dati di ricerche storiche correggesi e censimenti agricoli, le aziende agricole correggesi erano 1.480 e coltivavano una superficie agricola utilizzata di 7.105 ettari. Oggi il numero delle aziende si è ridotto del 54% portando quasi a raddoppiare la superfice media aziendale odierna, che si attesta sugli 8,6 ettari. Al tempo stesso però, per effetto dell’urbanizzazione, gli ettari coltivabili si sono ridotti del 26%. Una particolare evoluzione è stata compiuta dalla zootecnia.
Se il numero di suini allevati sul territorio correggese in 50 anni è più che raddoppiato, i capi bovini si sono numericamente ridotti di due terzi. Per quanto riguarda invece le coltivazioni legnose, la viticoltura si è trasformata da promiscua a specializzata, smantellando circa 6.600 ettari di alberate a favore di 1.878 ettari degli attuali moderni vigneti meccanizzabili. La frutticoltura ha sviluppato la coltura del pero che è passata da 15 a 135 ettari che insistono oggi sul nostro territorio. Evoluzioni così significative non potevano non coinvolgere anche gli ambiti della trasformazione e commercializzazione del prodotto, i quali hanno fortemente risentito delle evoluzioni del mercato e delle attuali esigenze commerciali e professionali.
Delle 24 latterie sociali presenti a Correggio 50 anni fa ne sono rimaste solo 2, come 2 sono rimaste le cantine cooperative rispetto alle 4 del 1967.
Una trasformazione così importante è il frutto di una complessa serie di fattori che spaziano dallo sviluppo industriale all’evoluzione della meccanizzazione agricola. Da un lato l’industria ha sottratto terreno ed addetti all’agricoltura. Dall’altro la meccanizzazione ha sopperito alla riduzione di forza lavorio rendendo il lavoro dei campi meno faticoso. Una meccanizzazione che al tempo stesso ha favorito la costituzione di aziende più grandi ed in parte anche stravolto l’ordinamento colturale delle stesse. Di questa trasformazione abbiamo parlato con Enrico Cigarini e Davide Giovanetti, due agricoltori correggesi che rappresentano proprio due generazioni distanti fra loro di oltre mezzo secolo.

Come cambia l’agricoltura

Enrico Cigarini ed il figlio Marco

Sei soddisfatto del tuo lavoro?
Enrico: «Ho sempre lavorato con soddisfazione. Prima con gli zii e poi con la mia famiglia. Fin dai miei esordi mi sono dedicato all’allevamento di vacche da latte ed alla coltivazione della vite partendo da mezzadro, quando utilizzavo due vacche rosse per il traino del carro, fino ad oggi con l’azienda mia e di mio figlio».
Davide: «Certo. Sono soddisfatto del mio lavoro nonostante il forte impegno che richiede dal punto di vista del tempo e delle energie. Ho la possibilità di essere indipendente perché lavoro a casa mia e questo comporta grandi vantaggi oltre a grande responsabilità. Tutto questo mi gratifica molto. La cura degli animali e la coltivazione dei campi mi hanno sempre affascinato per il piacere di poter lavorare a contatto con la natura e all’aria aperta».

Proviamo a mettere a confronto l’agricoltura del correggese di due periodi così distanti. Quali sono gli aspetti positivi di oggi rispetto a quelli di 50 anni fa?
Enrico: «Grazie alla meccanizzazione, oggi si fa molta meno fatica. Io ho anche sfalciato a mano e la differenza di fatica di allora rispetto ad oggi la conosco bene. Oggi con le macchine è tutta un’altra cosa, purché si sia disponibili a lavorare molte più ore nel corso della giornata».
Davide: «La meccanizzazione di tante operazioni che una volta venivano fatte esclusivamente a mano e che gravavano enormemente sulla salute fisica dell’uomo oggi vengono svolte in assoluta sicurezza e comodità, risparmiando tempo da dedicare ad altro. Credo inoltre che mai come oggi, in agricoltura, ci sia stata un’attenzione precisa e meticolosa al rispetto dell’ambiente, al risparmio energetico e idrico».

E gli aspetti positivi dell’agricoltura di 50 anni fa?
Enrico: «Un tempo c’era più collaborazione. Pensa che quando ci si svegliava presto per andare nella stalla la prima cosa che si faceva era quella di guardare se anche nella casa del vicino si stavano accendendo le luci, a confermare che anche da loro era tutto a posto. Le famiglie erano anche più numerose e c’era molto più altruismo. Oggi siamo più egoisti e troppo condizionati da questi cellulari che ci stanno rovinando».
Davide: «Quello che abbiamo un po’ perso nella agricoltura di oggi è lo spirito di aggregazione di una volta. Da come mi raccontano, una volta la trebbiatura, l’aratura e la vendemmia erano una festa. Si condividevano questi momenti con i propri “colleghi’’, vicini e lontani, ci si aiutava a vicenda e ognuno dava il suo contributo. Tutta la famiglia era coinvolta nell’attività. Si aveva maggior consapevolezza di avere a che fare con la natura, che è qualcosa di più grande di noi e che va rispettata».

Come vedi il futuro dell’agricoltura e degli agricoltori?
Enrico: «Oggi le aziende per generare un reddito sufficiente devono essere sempre più ampie. Il reddito agricolo di un tempo permetteva di reinvestire in acquisto di terreno 15–16 volte di più rispetto a quanto sia possibile fare oggi. Ai miei tempi siamo stati aiutati dalle banche e dal credito agrario: questo ha permesso di costituire le aziende dei giorni nostri. Oggi i giovani non possono esporsi troppo con gli investimenti e se devono partire da zero l’unica strada è quella di iniziare cercando terreni in affitto con colture ad alta redditività».
Davide: «Mi piace essere ottimista. Io credo che l’agricoltura abbia grandi margini di crescita e di sviluppo. La meccanizzazione sta portando non solo ad un aumento quantitativo delle produzioni, ma piano piano anche ad un affinamento della qualità. Non credo che sia ancora valido il detto “è più buono e sano perché è fatto a mano, come una volta’’. Anzi, spesso l’impiego di nuove tecniche porta a un aumento qualitativo dei prodotti. L’attenzione per l’ambiente sarà la parola chiave per il futuro. Gli agricoltori hanno un ruolo importante e fondamentale nello sviluppo del un paese e forse dovrebbero far sentire di più la loro voce alle istituzioni».

Claudio Corradi

Davide Giovanetti, 27 anni. È entrato a far parte dell’azienda agricola del padre in modo ufficiale 5 anni fa e da allora collabora sia nella coltivazione di vigneti, pere e seminativi che nell’allevamento di suini da ingrasso.
Fin da bambino aveva un particolare interesse per questo mestiere, così ha abbandonati gli studi universitari per dedicarsi alla campagna.
Enrico Cigarini, 83 anni. Lavora in agricoltura dall’età di 14 anni, iniziando come mezzadro. A 27 anni diventa proprietario della sua azienda dove alleva vacche da latte e coltiva di vite. Nel 2011 è stato insignito del premio della Camera di commercio di Reggio Emilia per il Lavoro ed il progresso economico i cui meriti attribuisce anche alla moglie Claudia Pellacani ed al figlio Marco.

Leggi questo e altri articoli su Primo Piano di Novembre 2017

Condividi: