Col profilo dei monti inciso nell’anima

Franco Fattori, presidente dell’associazione “Siamo con te”

Chi, come Franco, ha aperto gli occhi un po’ di anni fa sulla meravigliosa natura della montagna, ma poi se ne è dovuto allontanare per motivi familiari o di lavoro, ritrova pienamente se stesso, le sue origini, il suo equilibrio solo ritornandovi più volte durante l’anno.
Quello resterà sempre un mondo incantato di piccole e grandi storie, di care persone che si muovono nella fatica accettata con serenità, nella bellezza del profilo dei monti inciso nell’anima e che non scompare più.
Se sei nato in montagna può rimanerti nel portafoglio l’indirizzo degli amici più cari e nella gola il nodo dell’ultimo addio, e allora dovrai tornare, magari con la scusa dei funghi, della sagra, del Maggio, delle castagne.

Caro Franco, da Ligonchio a Correggio, com’è andata?
«Vengo da Casalino di Ligonchio, dove mia mamma era insegnante; lei, Bianca Dallari, era di Fabbrico. Era andata a insegnare in montagna e fino alla terza elementare è stata anche la mia maestra.
Mentre era là si è sposata con uno della montagna, Narciso Fattori; ho poi scoperto che il cognome è molto diffuso.
Il nonno Dallari invece è stato il fondatore del noto pastificio Dallari.
Sono stato su fino ad undici anni; allora c’era un buon numero di ragazzi e come insegnante era arrivato da Correggio anche Giovanni Ferretti.
A Reggio ho cominciato gli studi nel collegio Artigianelli, in quanto le scuole medie in montagna non c’erano ancora.
Però dopo un po’ sono scappato e sono tornato a casa con grande stupore dei miei genitori: una fuga bellissima! Ho però finito l’anno».

Eri un “birichino” allora!
«Insomma, mi difendevo; avevo voglia di libertà… Il papà lavorava alla Edison, la centrale elettrica di Ligonchio, che è poi diventata Enel.
La Edison, oltre alla magnifica centrale, aveva costruito grandi opere, dighe, fontane, sentieri, che sono ancora praticati.
Il papà, quando ci siamo trasferiti a Correggio, è andato a lavorare al Convitto come maestro di casa, era come un economo.
Ho cominciato a lavorare alla ditta Dante Veroni; ci sono rimasto quarant’anni.
In questa grande azienda ero responsabile del personale: occorre conoscere le persone, cercare di aiutarle, capire come meglio utilizzarle.
Sono ancora molto affezionato alla ditta, in particolar modo al dottor Francesco Veroni, da cui ho avuto anche tanti insegnamenti di vita».

E adesso che sei in pensione cosa fai?
«Adesso sono presidente dell’associazione di volontariato Siamo con te.
Siamo parte integrante del Day Hospital oncologico di Correggio; portiamo i pazienti nei luoghi di cura.
Le cure di chemioterapia si sono spostate su Guastalla e le cure radiologiche a Reggio.
Facciamo anche attività coi pazienti; attualmente si svolge un corso di disegno ed acquerello guidato dalla professoressa Ermanna Menozzi.
Poi ho due figli: uno che è impiegato alla Veroni e Sara, che fa l’architetto».

Franco, torniamo in montagna, a Casalino.
«Allora c’erano 351 abitanti; con le persone ci si trovava, ci si aiutava, si lasciava la chiave sulla porta.
Il paese si dedicava alla pastorizia; c’erano 5000 pecore e i pastori le portavano su a pascolare ai Prati di Sara ai piedi del monte Cusna.
Ho nostalgia di tante cose: la raccolta delle castagne, che poi venivano fatte seccare nel metato, in alto sulle arelle, e sotto il fuoco e il fumo.
E non c’era la luce… Era un ritrovo per la gente del paese, che si raccontava le storie e gli ultimi avvenimenti.
Quando ritorno a Casalino rivedo con nostalgia la chiesa dove sono stato battezzato; vado a funghi in quei luoghi che conosco a menadito. Se non trovo funghi raccolgo un po’ di spinaci selvatici, che sono più saporiti degli altri, sotto le pendici del Cusna.
I nostri monti sono bellissimi: l’Alpe di Succiso, il Casarola, il Cavalbianco, l’Asinara, monte Sillano…
Quando non avevo ancora la patente andavo a Reggio a prendere il pullman e mio zio veniva alla Murata col Galletto della Guzzi, perché a Casalino non arrivava la corriera.
Allora si portava il grano al mulino della Loggia e con la farina si faceva un pane che, cotto nel forno a legna, effondeva un profumo eccezionale, che ti rimane dentro!
Adesso gli abitanti di Casalino si sono ridotti a 27 e nessuno fa più il pane.
Oggi la centrale funziona con poche persone e molti sono andati a Genova e La Spezia.
Ma ad agosto, con le ferie, c’è il rientro e in quei giorni può succedere di tutto.
Che bei ricordi le sagre coi veglioni per ballare!
Ho ancora in cuore il suono della fisarmonica.
Si andava a mangiare nelle case; non c’erano ristoranti, venivi invitato da una parte e dall’altra e ci si dava dentro e molti finivano per ubriacarsi.
Un altro bel ricordo sono gli inverni; c’era tanta neve e don Giuseppe Salsi celebrava la messa di Natale e alla fine i bambini recitavano la poesia davanti al presepe: una notte magica!
Ricordo che veniva in paese un certo Bernardo, impagliatore di sedie, che noi bambini ammiravamo molto. Una bellissima figura era una signora di Cinquecerri, che girava per tutti i paesi a vendere frutta e verdura, utilizzando un mulo con due gerle.
Se eri ammalato passava il medico, a piedi o a cavallo; poi ha comprato una Balilla.
Era il dottor Manenti, un vero missionario; a Ligonchio gli hanno fatto un monumento.
Un’altra festa tradizionale era ed è ancora quella del Maggio, con tanto di museo dedicato, a Villa Minozzo.
Rappresentazioni estive in cui i testi vengono interamente cantati.
Si rivivono storie di cavalieri dove si affrontano il bene ed il male, col pubblico seduto sui prati a semicerchio, attorno agli attori che sono le persone del paese».

Ma Franco, non parliamo di quando hai nascosto le monete della rappresentazione Giuseppe venduto dai fratelli, rischiando di fare saltare il Maggio?
«No, invitiamo piuttosto i vostri lettori ad amare le nostre montagne e ad andare ai Prati di Sara e sul monte Cusna, dove ci si sente sempre più vicini a Dio».

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