Cinquant’anni fa i correggesi tornarono a teatro

La scommessa della riapertura, ricordata da Giovanni Ottolini

Cinquant’anni fa, esattamente la mattina del 18 novembre 1973, i correggesi entrarono di nuovo nel loro bellissimo Teatro. L’Asioli era stato oggetto di lavori di restauro e ammodernamento iniziati nel 1968; prima era stato utilizzato come sala cinematografica per oltre vent’anni. Il recupero risultò un impegno considerevole per l’Amministrazione Comunale, allora guidata dal Sindaco Renzo Testi. La realizzazione del progetto costò al Comune 196 milioni di lire (rispetto ai cinquantasei preventivati all’inizio).

Il primo Direttore dell’Asioli ritrovato non fu però un correggese. Per avviare l’attività, il Consiglio di Direzione guidato da Giacomo Margini chiamò da Reggio Emilia un giovane operatore teatrale, Giovanni Ottolini. Dipendente del Teatro Municipale, si era distinto nell’organizzazione di “Musica/Realtà”, l’innovativa sperimentazione di un rapporto tra musica, musicisti e pubblico che, proprio in quell’anno, si era svolta a Reggio Emilia. Dopo l’esperienza all’Asioli, Ottolini ha poi proseguito il suo percorso professionale all’interno del Teatro Municipale, ricoprendo diversi incarichi direttivi per poi approdare, negli ultimi dieci anni di attività, all’incarico di Direttore Generale della Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il clima che si respirava a Correggio nei giorni della riapertura del nostro Teatro, dopo tanti anni di inattività.

Cosa ricorda dei giorni che precedettero l’inaugurazione?
«Gli anni settanta si caratterizzarono per grandi mutamenti e innovazioni, non solo nei processi sociali e politici ma anche culturali, onda lunga delle utopie espresse dal sessantotto.
Le istituzioni teatrali vivevano la stagione del decentramento, il rovesciamento del rapporto centro/periferia. Un nuovo teatro in un importante centro quale Correggio, già dotato di servizi culturali, incoraggiò l’ambizione di farne un modello all’interno di ATER (Associazione Teatrale Emilia-Romagna), che si andava consolidando come sistema regionale. D’altra parte tutta la città, per le sue istituzioni culturali e per la qualità architettonica del centro storico, si proponeva come paradigma di un nuovo modo di vivere. L’ambiente era stimolante, seppur con qualche piccola diffidenza verso un giovane organizzatore teatrale catapultato dal capoluogo. Ci fu un intenso e appassionato lavorio di contatti istituzionali ed operativi da parte del Teatro Asioli e del Comune, che suggerirono l’apertura ai cittadini alla presenza anche delle massime autorità regionali, tra cui Guido Fanti, Presidente della Regione da poco istituita. Il 1973 fu denso di fatti nazionali e internazionali di grande portata, tra cui la crisi petrolifera: dovevo andare in Prefettura per avere il permesso di circolare e raggiungere Correggio quando scattavano le domeniche a piedi, in piena austerity».

Come fu articolato il programma inaugurale?
«Non ebbi molto tempo per studiare un progetto, però fu importante capire dal Sindaco Testi e dall’assessore Nive Veroni quale fosse l’indirizzo che il Comune intendeva dare a questa istituzione nascente. Recuperare l’Asioli aveva impegnato danaro pubblico ben oltre le previsioni: la Camera del Lavoro, guidata da Ero Righi, aveva espresso dubbi, se non contrarietà. Gli amministratori della città volevano non solo offrire ai propri cittadini una nuova opportunità di fruizione culturale, ma entrare in una rete regionale e nazionale. L’inizio delle attività teatrali avvenne con un concerto dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, che eseguì arie operistiche con la celebre soprano Mirella Freni, una proposta che evitava un profilo localistico. Questo grazie alla collaborazione con Carlo Maria Badini, sovrintendente del Teatro Comunale, presente al concerto inaugurale. Proprio per sottolineare l’importanza sociale che aveva l’apertura del Teatro Asioli, organizzammo un fitto calendario di iniziative della durata di un mese, che terminò il 23 dicembre con la prima rappresentazione dell’Opera dei Mendicanti di John Gay della Compagnia Teatro Insieme, con la regia di Armando Pugliese».

Fu laborioso avviare la prima stagione?
«C’era un contesto favorevole espresso anche dalla posizione dell’ATER, che vedeva positivamente l’ingresso del nuovo Asioli nel circuito regionale. Questo consentì di progettare una stagione di prosa autonoma, un ciclo di concerti di musica classica e di produrre in loco un’opera del Settecento, “Il matrimonio segreto” di Cimarosa, con cantanti, orchestra, scene e costumi, di fatto una vera e propria produzione che aveva potuto accedere ai contributi ministeriali. Ci venne infatti l’idea di una programmazione di teatro in musica fuori dal repertorio ottocentesco, che fosse sostenibile per i teatri di piccole/medie dimensioni di cui è ricca l’Emilia-Romagna. Mi piace ricordare anche il primo spettacolo di danza: una “Coppelia” con tutti i crismi grazie allo Scapino Ballet, compagnia olandese di levatura internazionale. Ero molto giovane, con tante idee ma anche con scarsa esperienza amministrativa. In questo senso incontrai difficoltà a rendere compatibili le esigenze della struttura teatrale con i tempi e le modalità burocratiche della macchina comunale».

Quali furono le linee culturali che vi guidarono?
«In quegli anni vennero costituiti i Comprensori, anello di congiunzione fra i Comuni e le Province. Questo sembrava darci la possibilità di un’offerta teatrale per un territorio ben più vasto di quello comunale. Le linee guida partivano dall’esigenza di proposte che si distinguessero da quelle dei teatri vicini e coinvolgessero il più possibile un nuovo pubblico. La nostra programmazione guardava ai giovani ed alle scuole e aveva bisogno di coinvolgere il più possibile gli artisti a collaborare con noi, per creare un lavoro originale sul territorio».

Come reagì il pubblico alla scelta degli spettacoli?
«Quando sono arrivato, l’unico pubblico esistente era quello che già frequentava i teatri vicini, ai quali si aggiungeva un circolo di amici della lirica. Queste persone avrebbero voluto semplicemente vedere a Correggio quello che andavano a vedere fuori. Niente a che vedere con l’idea di una identità propria per l’Asioli. Questo ha richiesto tempo e le necessarie mediazioni culturali. Ci soccorse la novità e l’impegno di tanti: avevo due collaboratori e vivevo in teatro dalla mattina alla tarda sera. I primi risultati ci confortarono: si decisero pertanto gli abbonamenti alla stagione, che trovarono la corrispondenza del pubblico e l’attenzione della stampa. Le persone in città esprimevano un grande interesse nei confronti del nuovo teatro».

Quali caratteristiche concrete siete riusciti ad imprimere?
«Al momento dell’apertura, il Teatro Asioli era una magnifica scatola vuota: abbiamo cercato di riempirla con strumenti di lavoro per renderla una casa accogliente per gli artisti e per i cittadini. É stato così che ATER ci chiese in più occasioni di ospitare compagnie e artisti di rilievo, per far nascere proprio a Correggio le nuove produzioni».

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