Che volete vi dica: mi sento ancora medico di famiglia!

Dopo quarant’anni d’attività Claudio Montanari va in pensione

Passeggiare sotto i portici di Correggio in compagnia di un medico di base la dice lunga su quanto questa figura sia ancora importante. Tutti salutano, sorridono, o addirittura si fermano per chiedere un consiglio. E capita soprattutto se il medico in questione ha alle spalle quarant’anni di attività come il dottor Claudio Montanari: da due mesi ha interrotto il rapporto con l’Ausl per raggiunti limiti di età, ma continua comunque ad esercitare la libera professione.
La confidenza che ho con lui (eravamo in classe insieme al Liceo Rinaldo Corso) mi porta a trasformare i due passi verso un bar in una chiacchierata sulla sua storia personale di medico di base e, in generale, sul ruolo di una professione che oggi sembra entrata in crisi. Comincio dalle motivazioni.

Perché hai scelto medicina?
«Frequentavo ancora le scuole medie quando, alla mia passione per le scienze naturali, si è unito l’interesse per le discussioni politiche, sociali e sanitarie che quasi quotidianamente avevano come protagonisti Wherter, mio padre, ed il dottor Udilio Bassoli. Negli stessi anni conobbi don Edmeo Manicardi, la sua esperienza di missionario in Africa e la situazione sanitaria di quei popoli. Bassoli e Manicardi, due persone molto diverse tra loro, hanno fatto scattare il desiderio di iscrivermi a Medicina e di diventare “medico di famiglia”, come si chiamava allora, definizione che lasciava ben capire il ruolo di questa figura professionale».

In che anno hai incominciato ad esercitare?
«Ho iniziato a Correggio nell’aprile del 1987. La mia prima convenzione fu nell’84 a Scandiano, dopo aver lavorato negli anni precedenti come sostituto di altri medici e per la Guardia Medica. Quegli anni di sostituzioni ed esperienza sul campo hanno rafforzato la mia scelta. Ho avuto la prima convenzione a Scandiano proprio perché a Correggio non c’erano posti. Il pensionamento del dottor Bassoli mi ha poi permesso di trasferire la convenzione qui: l’esserne titolare ti permetteva di scavalcare la graduatoria».

Allora eravate in tanti a scegliere di fare il medico di base?
«Era una professione molto ricercata. C’erano tanti candidati e le graduatorie erano affollate: di contro, i posti erano limitati. Una situazione esattamente opposta a quella attuale».

Com’era l’approccio con gli assistiti?
«Il rapporto con i pazienti era di grande rispetto e fiducia reciproci, una cosa fondamentale per il mio lavoro. Allora il telefono non era presente in tutte le case e così i pazienti venivano più di frequente in ambulatorio.
L’informatizzazione era solo all’inizio e il contatto umano era prevalente.
Nel 1989 acquistai il mio primo computer: un paziente anziano, vedendolo sulla scrivania, mi disse (in dialetto naturalmente): “Mo et cumprè anca te cal bagai ch’i droven ades in banca?”.
Poi c’erano le visite a domicilio, altra componente fondamentale del mio lavoro. Il Covid ha naturalmente cambiato un po’ le cose».

Un ricordo particolare di uno dei tuoi assistiti?
«Avevo un paziente un po’ ossessionato dal vaccino antinfluenzale.
Già da fine agosto cominciava a chiamarmi, mi aspettava davanti al cancello di casa… insomma, ogni incontro era un’occasione buona per chiedermi quando potesse farlo. Il giorno del terremoto del 1996 era in ambulatorio per questo motivo: cercava di saltare la fila, facendo imbestialire gli altri pazienti. La scossa provocò danni importanti alla struttura dello stabile e ci fu un fuggi fuggi generale. Rientrato per controllare un’eventuale assenza di luce – i vaccini erano conservati in frigorifero – mi sono trovato il paziente in ambulatorio, senza giacca e in piedi tra i calcinacci: mi fece notare che, non essendoci più nessuno, potevo fargli tranquillamente il vaccino. Nonostante questo, ho nel cuore tutte le persone che ho potuto aiutare».

Cosa è cambiato in questi anni nel rapporto tra il medico di base e l’assistito?
«Nel rapporto con le persone più anziane, poco, almeno secondo la mia esperienza. Per loro il problema è l’eccessiva burocratizzazione di questa professione, le liste d’attesa chiuse o infinite. Hanno comunque spesso bisogno di qualcuno che li sostenga.
I pazienti più giovani hanno sicuramente più possibilità di usufruire di un’informatizzazione così importante. Credo che i cambiamenti nel mondo del lavoro e il Covid l’abbiano resa necessaria, indispensabile direi. Il rapporto umano però tende a perdersi. Sembra si sia passati da una carenza di visite ed esami specialistici ad un eccesso che, paradossalmente, a sua volta crea carenza, le famose liste di attesa irraggiungibili».

Da cosa dipendono secondo te le attuali difficoltà nel servizio di Medicina di base?
«Credo che la Medicina di base non sia stata aiutata abbastanza a svolgere il suo importantissimo ruolo di primo contatto e approccio per un malato. La burocrazia è eccessiva, pesante ed inutile. Credo che la mancanza di giovani che scelgono questa strada sia dovuta all’assenza di attenzione verso una professione che è stata, col tempo, svalutata nella sua essenza».

Cosa vorresti consigliare e augurare ad un giovane medico di base?
«Consiglierei di valutare con attenzione ogni aspetto di questa professione, per me bellissima.
Credo che scegliere la Medicina di base oggi non sia facile: un neolaureato deve veramente sentire la vocazione. La pazienza è qualità fondamentale e, una volta fatta la scelta, consiglierei l’ascolto attento, quello che va oltre le parole. Ad un giovane medico di base augurerei di non dimenticare mai le motivazioni della propria scelta e quindi di poterla vivere con passione ogni giorno».

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