C’era un’edicola in Piazzale Carducci

Ha chiuso, dopo una lunga e onorata carriera

Anche a regalarla, non ho trovato nessuno disposto a rilevare l’attività» mi dice sconsolato Salvatore Giardina, il titolare dell’edicola di Piazzale Carducci, le cui serrande si sono abbassate per sempre dal 31 dicembre scorso. Una signora edicola, longeva, spentasi dopo sette decenni di interrotta ed onorata carriera. Subito dopo la metà del secolo scorso aveva le fattezze di un massiccio cubo di faesite scura, appoggiato sotto il portico di Corso Mazzini, quasi di fronte al portone del Municipio. Con cigolii e scricchiolii, l’armatura lignea accompagnava ogni mossa di Romano Riccò, l’edicolante indimenticato degli anni ruggenti del novecento correggese: baffi, pizzetto e chioma fluenti, occhio vispo; il suo triciclo lì fuori, spinto a bastone, inseparabile compagno di lavoro e d’avventura.
In quel tempo il covid non c’era, ma la poliomielite sì; una bestiaccia che a Romano ragazzo aveva tolto l’uso delle gambe. Non però il sorriso e la voglia di gustarsi la vita in buona compagnia. Dall’edicola svettava una bandiera, quella del grande Torino, che aveva in Romano un capo tifoseria impareggiabile, scomodissimo per i rivali juventini. Le sue dita ingiallite di fumatore accanito, scovavano miracolosamente ciò che chiedevi fra quegli enormi castelli di carta. Se mi vedeva uscire dal Municipio pensieroso, da sindaco alle prime armi, eccomi servito: copertina di Playboy e qualche battuta per tirarmi su.
Alla morte di Romano, nel 1987, subentrò come titolare la sorella Gabriella, coadiuvata dal marito, Salvatore Giardina, originario di Erice e nostro concittadino da una vita. Nel 2007 Salvatore, rimasto vedovo (davvero sfortunata la famiglia Riccò), diventa titolare dell’edicola che, nel frattempo, ha traslocato e cambiato fisionomia. Così piazzale Carducci, dopo il trasferimento delle corriere, trova nell’edicola Giardina una presenza viva, permanente. Salvatore ha un figlio, Andrea, ingegnere, libero professionista, e va per i settantacinque. Confessa che per uno della sua età il mestiere è diventato insostenibile. «Dodici ore di lavoro, tra un andirivieni di pacchi e di carta da sistemare, tutti i santi giorni, domeniche alterne; un sacrificio non ripagato da un compenso mensile dignitoso». In più di trent’anni di attività, Salvatore ha visto cambiare il mondo. «I giornali hanno subito un drastico calo di vendita, dell’ordine di due terzi in pochi lustri. I giovani non li comprano, leggono gratis le notizie sui telefonini. Per le riviste il fenomeno è simile: sai, le trovi nei supermercati, quando fai la spesa. Poi c’è la concorrenza di internet. Se penso ai tanti fascicoli settimanali che facevo rilegare in enciclopedie per i miei clienti! Tutto cambiato, si sta stretti». Conclude Salvatore con un velo di tristezza. Anche il piazzale sarà più triste. Mancherà quel crocchio di habitué, che a metà mattina stazionava davanti agli strilloni dei giornali: una piccola “accademia del commento quotidiano”, Salvatore partecipe, su calcio e cose fresche di giornata.

Le edicole: cronache di una morte annunciata?

a cura di Giacomo Bigliardi
Le edicole sono sempre più rare e vendono sempre meno giornali. Dall’inizio degli anni Duemila, sul territorio nazionale il loro numero si è praticamente dimezzato: dalle 40mila di vent’anni fa siamo oggi a circa 25mila punti vendita di giornali, e questo numero continua a diminuire. Capire perché questo stia succedendo è, come sempre, complicato. C’entrano i cali delle vendite dei quotidiani, le diverse abitudini d’acquisto degli italiani, la generale crisi di negozi e attività dei centri storici, specialmente nelle piccole città. Rendere conto di tutto questo in una pagina è impossibile, ma possiamo fare alcune considerazioni.
Andiamo con ordine. I giornali vendono sempre di meno, specialmente nella loro forma cartacea. Dall’arrivo del digitale, i giornali tradizionali hanno migrato sempre di più verso il web, non perché convenisse economicamente a loro, ma perché a migrare erano stati in primo luogo gli stessi lettori. Internet e i social media sono diventati in brevissimo tempo il luogo (virtuale) in cui le persone guardano film, fanno acquisti, lavorano e, infine, si informano. Tutte le testate che siamo abituati a vedere in edicola hanno dovuto trovare il proprio posto sul web, con diverse forme e caratteristiche, con più o meno successo, perché lì è dove le persone passano il tempo. Se i giornali fossero rimasti fuori dal mondo dell’online, in difesa di una supposta superiorità o tradizione, sarebbe stato catastrofico per due motivi: da un lato, i giornali avrebbero perso un’enorme quantità di ricavi, perché le stesse inserzioni pubblicitarie da cui dipendono si sono spostate sempre più sul web; dall’altro lato, l’inevitabile diffusione delle informazioni online non avrebbe potuto contare sui suoi attori più competenti ed esperti.
In poche parole, l’informazione è sempre più digitale. Non che questo sia particolarmente positivo per i giornali, che si trovano a competere non più con gli altri quotidiani dell’edicola, ma con i post dei gatti su Facebook. Oltre al maggiore utilizzo del web, che garantisce la possibilità di fruire di fonti d’informazione gratuite e sempre disponibili, si riscontra anche la diffusione di un ritmo di vita serrato, che non lascia tanto spazio allo sfoglio del giornale: questi aspetti hanno indebolito il ruolo dei giornali di carta e, risalendo a monte, delle edicole che li vendono. La reazione delle edicole è stata di non vendere più solo giornali, ma anche giocattoli per bambini, snack, ricariche telefoniche. Oggi possono perfino ricevere i pacchi di Amazon, guadagnando circa 20 centesimi per ogni pacco, nella speranza che questo possa far circolare più clienti nei loro esercizi. Questa strategia sembra funzionare in alcuni casi, ma non in tutti, specialmente per quanto riguarda i piccoli centri storici. A perderci non è solo il singolo edicolante, ma tutta la comunità, per la quale l’edicola ha sempre rappresentato un punto di riferimento importante. Siamo in un momento di grandi cambiamenti. Come le cose saranno tra qualche anno è, per certi aspetti, davvero imprevedibile.

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