C’era una volta la batdura (trebbiatura)

Festa a Canolo con la macchina di Rossano Torelli

Nel caldo pomeriggio di sabato 31 luglio, davanti al Bocciodromo di Canolo, sotto l’occhio vigile del presidente Gianni Catellani, un manipolo di indaffarati appassionati sta posizionando una trentina di trattori d’epoca. Gran spolvero di marche, colori, stazze, cavalli vapore. Arriva, per mettersi al centro del giardino, la “macchina da battere” di Rossano Torelli. Un monumento ambulante dalle forme non più di moda, rosso arancione, composto dal battitore e dall’imballatrice. Sono passati ottant’anni da quando questa macchina varcò il portone delle officine Orsi di Tortona. Al traino rivela inesorabile il cigolio dell’età. Poi, dopo la manovra preliminare, come colpi di un cannone gioioso, ecco i primi “tum-tum” del Landini 55, una testa calda di allora. I timpani sono messi a dura prova, il cuore sobbalza. E nel gioco combinato di cinghie e pulegge, la macchina da battere si scuote, prende il ritmo, solenne, impetuoso. Che meraviglia! Così, a Canolo, parte la festa della batdura (battitura, ovvero trebbiatura) promossa da AMAC (Amatori Macchine Agricole Correggesi), che attira sul far della sera tanti visitatori e appassionati. Il forno a legna e l’antico mulino su due carri fanno il loro dovere: pane, metri di salame e cena per tutti, con la cucina del Bocciodromo che pensa al resto. Alla cottura del pane c’è Marilena Ghizzoni, orgogliosa del servizio che presta. «Vendiamo queste michette di una volta e con il ricavato sosteniamo le associazioni di beneficenza». Rossano Torelli, papà dell’indimenticato Valerio, è un’enciclopedia vivente dei trattori d’anteguerra. Ne possiede una decina, che cura, aggiusta e recupera. Salta come un grillo, con un’energia senza tempo, quando avvia, dopo diversi tentativi, un Deering – International del 1930, quattro tempi a benzina, altro raro monumento vivente. «Cominciai tra i sei e i dieci anni a restare incantato dal “brum brum” dei trattori. Nella vita ho lavorato alla Corghi e poi all’Ospedale, come tecnico di impianti. A tempo perso, però, da quarant’anni queste macchine sono il mio secondo lavoro e la mia prima passione». Ginetto Freschi, presidente dell’AMAC è molto soddisfatto della riuscita dell’evento. «Siamo centosessanta soci, non solo di Correggio, tutti appassionati delle macchine agricole d’un tempo e del loro contorno, cioè lo spirito delle sane tradizioni rurali. Il nostro intento è quello di far capire l’importanza dell’innovazione tecnica, spesso nata e sviluppata qui, nella nostra terra, per il progresso economico e sociale e per alleviare la fatica del lavoro. Iniziative come questa di Canolo, cui teniamo molto, dopo la pausa dovuta al Covid ci ridanno ossigeno, voglia di stare insieme e di mantenere vivo il valore di una comunità unita nella solidarietà. Per non dimenticare!». Tum-tum e il cuore sobbalza. Viva la batdura.

 

La festa della trebbiatura di Rossano Torelli, svoltasi a Canolo il 30 e 31 luglio, è stata organizzata da A.M.A.C. e Polisportiva La Canolese, con il patrocinio della Città di Correggio e della Proloco.

  

COME FUNZIONAVA: FATICA, SOLIDARIETÀ E FESTA

La macchina da battere arrivava in genere all’alba, con padrone e macchinisti al seguito. Erano questi a procedere al piazzamento: bloccaggio delle ruote e messa in bolla della struttura, sennò tutto si fermava. Cinghie e pulegge facevano funzionare i meccanismi del battitore e dell’imballatrice. Tutto era sincronizzato al moto della puleggia principale, ricevuto dal trattore attraverso il “cinghione”, una cinghia maxi, lunga alcuni metri, vera opera d’arte artigianale.

Arrivavano poi gli operai reclutati, quelli che “andavano alla macchina”, facendo una stagione di venti o trenta giorni, redditizia per lo sproposito di ore di lavoro. A loro si univano i vicini del contadino per collaborare al riempimento e al movimento dei sacchi di frumento.

A quel punto si era pronti a partire: ognuno prendeva il proprio posto e la macchina si metteva in moto, con tutti i suoi ingranaggi, pulegge, bielle, vagli.

Dal “cavagnone” si passavano i covoni a chi era sulla piattaforma in alto per alimentare il battitore, formato da barre dentate rotanti, che sgranavano le spighe in modo che il grano passasse al di là della griglia e la paglia invece cadesse al di qua; un vaglio ventilato separava poi la pula (il loc) dai chicchi, mentre la paglia veniva convogliata all’imballatrice attraverso barre di legno in movimento.

L’imballatrice funzionava a mezzo di una grossa puleggia, che muoveva due elementi: lo spingi-paglia che andava sempre su e giù (detto pigass, perché ricordava il movimento del picchio) ed il pistone che andava avanti ed indietro, pressando la paglia spinta giù dal pigass.

La formazione delle balle era fatta da due operai che dovevano stendere i fili di ferro per legare la paglia, incoccarli e stringerli quando la pressatura era completata.

I fili di ferro erano preparati in genere dai ragazzini di casa e del vicinato, che si contendevano il farlo come punto di orgoglio mascolino.

Nel retro del battitore si raccoglieva il grano. Il posto era vietatissimo ai bambini, per il pericolo del cinghione (ma i più sprudentati ci correvano sotto).

Da due bocche a saracinesca uscivano i chicchi di grano, dopo il vaglio della trebbiatrice: andavano in bidoni di ferro detti minoun, da cinquanta chili, che a loro volta venivano vuotati da due uomini dentro un sacco di iuta da un quintale. Il sacco, legato, era sollevato da tre uomini e uno di questi lo issava sulla schiena e lo portava dentro casa. Che forza!

Tutto, come si può immaginare, si svolgeva in una nuvola di polvere fastidiosa e attaccaticcia, tanto che gli operai si coprivano capo e volto, ben di più che oggi con la mascherina anti Covid.

Poi c’era la pausa del pranzo o la cena a fine giornata (dopo il tramonto) e lì si poteva godere della bontà del cibo preparato dalle donne di casa e del vino del contadino. Molti, per combattere l’arsura, mangiavano tagliatelle in brodo, e spesso annegate nel vino!

La battitura era una vera e propria festa, tale da esserne incantati: del raccolto, del cibo per la famiglia, della dignità del lavoro, della solidarietà tra vicini.

Se pensiamo che oggi, a causa di una guerra insensata, non si esclude una possibile carestia, la civiltà del frumento non è solo un ricordo nostalgico ma un segno lungimirante.

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