Ce la faremo a restare sani?

Quando giovedì 24 marzo ho preso posto al Teatro Asioli per assistere allo spettacolo Sani, di Marco Paolini, mi sentivo molto emozionata: l’ultima volta che vidi l’attore bellunese fu sempre qui, in una serata di marzo di sette anni fa, quando mise in scena Ballata di uomini e cani. Amai quello spettacolo, che mi appassionò trasportandomi nel cuore della foresta canadese, tra le grandi distese naturali in cui si muovono i personaggi dei libri di Jack London. Ricordo anche che in ultimo Paolini raccontò una vicenda dal sapore attuale, in quanto parlava di un giovane esule afghano, che mi aveva spinta ad interrogarmi a lungo sul ruolo che ognuno di noi gioca nella vita degli altri.

Anche lo spettacolo Sani è “una raccolta” di storie; alcune fanno sorridere, altre commuovere; alcune appartengono al presente altre al passato, ma tutte hanno qualcosa in comune ossia il fatto non avere, almeno apparentemente, assolutamente nulla in comune le une con le altre! La bravura di Paolini nel raccontarle è però tale da riuscire a prendere lo spettatore sotto braccio ed accompagnarlo fino a quella finestra che si affaccia sulla vita degli altri, inducendolo poi a guardare dentro. E una volta che l’hai fatto, una volta che hai sbirciato in quel mondo, anche se non è il tuo mondo, non riesci più a restare indifferente a ciò che vedi…

Durante le due ore di spettacolo, tra le tante vicende narrate, Paolini condivide la visione di un insopportabile Carmelo Bene, protagonista di un monologo messo in scena sotto un tendone da circo nella Treviso degli anni ottanta; fa percepire l’ansia del militare sovietico Petrov, l’uomo che, in piena guerra fredda, “salvò il mondo”, non assecondando l’allerta missile data dal sistema satellitare OKO; rende tangibile la determinazione alla vita della sig.ra Rosina che nel 1976, in una Gemona distrutta dal terremoto, fece rinascere un orto da sotto le macerie; fa rivedere le bandiere che sventolano sui balconi nel periodo della pandemia.

E così, a furia di “mostrare” agli spettatori episodi che mettono in evidenza tutti i nostri limiti di esseri umani ma anche tutte le nostre potenzialità di animali pensanti e perseveranti, induce i presenti a guardare la realtà da nuove angolazioni. E alla fine, nel sorprendersi ogni volta del finale, non si può evitare di chiedersi se davvero continuerà ad andare sempre tutto bene; se veramente riusciremo a salvarci, laddove viviamo in un mondo dove si continua a separare anziché a unire, a consumare anziché a conservare, ad accusare anziché comprendere; se davvero ce la faremo a restare “sani”, così come augura l’espressione, usata per salutare ai piedi delle Alpi venete, che dà il titolo dello spettacolo. Il grande castello di carte da gioco che troneggia sul palco, rappresentando l’equilibrio instabile di un mondo che, da un momento all’altro, rischia di crollare su stesso, credo sia ciò che potrebbe fungere da risposta a queste domande: ce la faremo se ognuno di noi  imparerà a porre molta più attenzione a ciò che fa, a ciò che dice e a chi lo circonda!

Giovedì 24 marzo sono andata a teatro perché avevo voglia di rivedere Paolini, di sentirlo raccontare delle storie che mi distraessero offrendomi, al contempo, l’occasione per riflettere: lo ha fatto di nuovo in modo davvero egregio!

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