Casa, dolce casa, ieri e oggi

Luciano Pantaleoni e le stagioni dell’edilizia

“Non ti insegnerò nulla, ti aiuterò soltanto a ricordare”
Luciano Di Samosata

 

É la frase che apre l’ultimo libro di Luciano Pantaleoni, “Il male della pietra” un testo fuori commercio che ha regalato agli amici, di “riflessioni, brevi storie, leggende e teorie sull’antica arte di costruire case e sulle inevitabili conseguenze che questo lavoro comporta nelle vicenda umane”. Luciano, architetto, direttore generale di Andria ed esimio collaboratore di Primo Piano, progettista in particolare di “Coriandoline”, le case amiche dei bambini (progetto vincitore 2001 del premio Peggy Guggenheim), e di “case per Gio.Co.”  (menzione d’onore 2002 del World Habitat Haward), autore di numerose ricerche sulla cultura popolare del nostro territorio, spesso in collaborazione con Giulio Taparelli, da poche settimane si è ritirato dalla attività aziendale.

 

Luciano, perché quella frase in apertura del tuo ultimo libro?
«Ho voluto sottolineare il valore della memoria, come insieme di esperienze, idee, teorie, sviluppate da uomini e donne che hanno fatto case; ho raccolto storie che rappresentano i comportamenti che ruotano intorno all’antico mestiere di costruire case, di muratori, professionisti, artigiani, commercianti e che assumono quindi una valenza di carattere generale. Emergono da queste storie una saggezza e un’ironia utili per affrontare con competenza il difficile mestiere di costruire quartieri e case, dirigere cantieri, venire a capo di procedure burocratiche tortuose, navigare in un ambiente frequentato anche da persone inaffidabili e spregiudicate e un mercato caratterizzato da crisi cicliche che provocano spesso fallimenti di aziende. É necessaria grande flessibilità mentale e la capacità di leggere quello che ti sta succedendo intorno per correggere velocemente la rotta quando serve. Bisogna fare come i saggi contadini di un tempo “pensare di notte quello che si deve fare di giorno”. In questo senso credo possa aiutare l’esperienza».

 

Come è cambiato il concetto di “abitare” da quando hai iniziato la tua esperienza lavorativa?
«Negli anni ’70, la cooperativa è nata per favorire l’acquisto della prima casa, nei quartieri PEEP e con finanziamenti della Legge 457 (piano decennale per la casa). Alla fine degli anni ‘80 questo modello è andato in crisi, sono emerse nuove esigenze e anche il ruolo di Andria è cambiato da coop di abitazione si è trasformata in coop di abitanti, ponendo al centro del lavoro non più solo le case ma le esigenze delle persone.

Nei primi anni ’90 abbiamo elaborato diversi progetti innovativi: “Case gio.co.” abitazioni evolutive per giovani coppie, “Coriandoline“ ispirate dalle esigenze abitative dei  bambini, “Cas’o-mai” alloggi in affitto per famiglie in difficoltà a canoni concordati; con lo stesso tipo di approccio (ascolto e partecipazione) abbiamo anche affrontato il tema del recupero dei centri storici, delle aree dismesse e dei nuovi quartieri di espansione residenziale.

Non più anonime lottizzazioni ma quartieri pensati per offrire il massimo della qualità abitativa. Molti viaggi-studio in diversi paesi fra cui Olanda, Germania e Stati Uniti ci hanno permesso di arricchire le conoscenze e migliorare le proposte abitative».

 

Anche la tipologia delle case ha seguito il cambiamento degli stili di vita?
«Si, vi è stata una evoluzione tipologica importante. Le abitazioni si sono adeguate alle mutate esigenze e ai desideri delle famiglie. Vi è stata una ricerca continua per riuscire a coniugare le aspettative con le disponibilità economiche. Negli ultimi anni si è affermata una grande attenzione per la naturalità, per l’indipendenza, per l’identità dei luoghi, per la personalizzazione».

 

E dal punto di vista tecnologico?
«Anche dal punto di vista prestazionale vi sono stati grandi miglioramenti per conseguire risparmi energetici ed aumentare la sicurezza. Con gli isolamenti termici sempre più evoluti, riscaldamenti a pavimento, impianti fotovoltaici, pompe di calore ad alta efficienza si arriva ormai a costruire case con consumi energetici vicini allo zero, edifici NZEB (Nearly Zero Energy Building) molto confortevoli. Inoltre sono state emanate specifiche normative per costruire le strutture abitative in modo da prevenire i danni a persone o cose in seguito a eventi sismici».

 

L’Ente Pubblico in tutto questo cambiamento come è intervenuto?
«Questo mestiere risulta particolarmente difficile, anche perché spesso tra le enunciazioni politiche e culturali e le normative edilizie e urbanistiche vi è una forte discrasia e nella evoluzione non vi è una consequenzialità operativa.

Da un punto di vista urbanistico, siamo passati dai Piani Regolatori (durata 10 anni) ai Piani Strutturali (durata 20 anni) perché fossero meglio definite e programmate le linee guida dello sviluppo. Questo cambiamento ha indotto ingenti investimenti in aree e introdotto una notevole complessità gestionale. In questi anni, acquisita consapevolezza sulla necessità di contenere il consumo di territorio, si è approvata una nuova legge che prevede di contenere le espansioni e di agevolare il recupero.

Obiettivi condivisibili ma cosa succederà dei piani in corso di realizzazione? Con quali criteri e con che logica si procederà nel ridimensionamento dei piani? Sarà necessario tanto buon senso. Anche nei confronti del recupero assistiamo a molti proclami e a dichiarazioni di volontà poi abbiamo normative e regolamenti che nei fatti disincentivano gli interventi. A differenza degli altri paesi europei, i centri storici sono stati tutti “museificati” e le aree di recupero e riqualificazione sono gestite con iter burocratici spaventosamente lunghi (demolizioni, bonifiche, controlli, piani particolareggiati, progetti architettonici, strutturali) con pratiche e tempi che si assommano invece di sovrapporsi…».

 

La popolazione italiana sta progressivamente invecchiando; l’architettura e l’urbanistica potrebbero trovare soluzioni per il cambiamento dello stile di vita degli anziani?
«Si, è una esigenza che si sta manifestando sempre con maggior forza. Alla fine degli anni ’90 avevamo elaborato un progetto che si chiamava “Amici miei” ed era specificamente rivolto alla popolazione anziana, dotata ancora di una certa autosufficienza; prevedeva mini alloggi con spazi comuni di condivisione, giardini, orti. Un illuminato assessore di Novellara prese in considerazione il progetto ma alla fine non se ne fece nulla».

 

Per valorizzare il nostro territorio, così bello e pieno di storia e di cultura cosa potrebbe inventare un architetto?
«Ci sono nelle nostre campagne tanti Casini che stanno andando in rovina; si potrebbero recuperare e destinarli a nuove funzioni, culturali, ricettive….  ci sto lavorando. Per il momento è solo una idea affascinante. Edgar Morin diceva “il cammino si fa con l’andare… tutto ciò che non si rigenera, degenera e muore”. Dobbiamo sempre avere questa consapevolezza e la giusta tensione per innovare».

Ciao Luciano, in bocca al lupo per i nuovi progetti; credo che tu ed Andria, nei 37 anni di lavoro, abbiate fatto ricerca e innovazione dando case e servizi a molte famiglie, e ne dobbiate essere orgogliosi.

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