Buone cose dal mondo: i grandi progressi della scienza

Guido Barbujani è un genetista e scrittore italiano. Durante la sua carriera accademica ha lavorato alla Stony Brook University, alle Università di Padova e Bologna, e dal 1996 è professore ordinario di genetica all’Università di Ferrara.
Dal 2011 al 2014 è stato presidente dell’Associazione Genetica Italiana. Il suo ultimo libro è: “Come eravamo. Storie dalla grande storia dell’uomo”, edito da Laterza.

 

Non tutti se ne saranno accorti, ma nella scienza il 2022 ha portato parecchie buone notizie. Per la prima volta una fusione nucleare realizzata in laboratorio ha prodotto energia. Ci vorrà del tempo prima di poter sfruttare a livello industriale questa tecnologia, ma si prospettano vantaggi immensi. Prima di tutto, il combustibile, l’idrogeno, è a portata di mano, nel mare; nessun prodotto chimico di combustione verrebbe immesso nell’atmosfera; e siccome la fusione non produce scorie radioattive, non c’è pericolo di incidenti come quelli di Černobyl› e Fukushima. Sul fronte della medicina, applicazioni dell’Intelligenza artificiale stanno permettendo lo sviluppo di antibiotici di nuova generazione, decisivi nella lotta ai ceppi resistenti di batteri che si stanno diffondendo. E poi, al termine del terzo anno di pandemia, tanto resta ancora da capire e da fare, ma la tecnologia dei vaccini ha subito un’impressionante accelerazione di cui stiamo già vedendo i benefici, e quindi potremo affrontare il nuovo anno con qualche preoccupazione in meno. 

Fra tante buone notizie c’è anche il premio Nobel per la Medicina a Svante Pääbo, arrivato a rimediare ad una lunga dimenticanza. Medicina e biologia sono molto cambiate da quando il Nobel è stato istituito, nel 1901. Sono nate nuove discipline: dalla biochimica alla genetica, dalle neuroscienze alla biologia evoluzionistica: i loro progressi sono stati rapidi, in certi casi spettacolari. Oggi possiamo leggere completamente il genoma, cioè il libretto di istruzioni contenuto nel DNA di ogni nostra cellula (anche se non lo comprendiamo fino in fondo); più di metà delle persone a cui viene diagnosticato un cancro guariscono; e stiamo cominciando a capire come funziona l’organo più complesso di tutti, il nostro cervello. Tutti questi campi di ricerca indagano le conseguenze di un processo evolutivo iniziato miliardi di anni fa, che riguarda tanto noi quanto gli animali, le piante, e anche i microorganismi patogeni, batteri e virus. L’ha detto molto bene un grande genetista del novecento, Theodosius Dobzhansky: “Niente in biologia ha senso se non alla luce dell’evoluzione”. Vuole anche dire che per guarire dalle malattie, o meglio ancora prevenirle, bisogna capire come siamo arrivati a essere quello che siamo. Il Nobel a Pääbo, il primo nel campo dell’evoluzione umana, arriva come giusto riconoscimento ad un grande scienziato, ma anche allo sforzo collettivo di ricostruire la nostra storia evolutiva, i nostri percorsi migratori e i diversi modi in cui ci siamo adattati all’ambiente. 

Svante Pääbo è stato un pioniere dello studio del DNA antico, cioè il DNA contenuto nei fossili. Mettendo a punto tecnologie raffinatissime, il lavoro di Pääbo ha posto le basi per guardare dentro alle cellule di organismi vissuti migliaia o centinaia di migliaia di anni fa. Non è banale: fino all’inizio di questo secolo, le nostre conoscenze sull’evoluzione derivavano esclusivamente dall’osservazione dell’aspetto dei viventi e dei fossili, e su ragionamenti che, pur sofisticati, sono sempre ragionamenti. Ora l’aspetto degli organismi è importante, ma è anche soggetto a cambiamenti rapidi. Per dirne una, i crani di ragazzi americani le cui famiglie provengono da continenti diversi si assomigliano fra loro più di quanto ciascuno assomigli a quello di suo nonno. C’entra la dieta, lo stile di vita: tutte cose che sì, sono importanti, ma non modificano ciò che si trasmette attraverso le generazioni, cioè il nostro DNA; e questo DNA, prezioso per comprendere come i millenni ci abbiano cambiati, lo si poteva studiare solo nei viventi. Oggi, invece, possiamo spingerci indietro nel tempo, e la nostra storia si è rivelata più complessa di quanto credessimo. Tanto per dirne una, cosa c’è di più europeo, di più legato al senso di identità degli europei, della pelle bianca? Eppure il DNA ci dice che fino a diecimila anni fa gli europei avevano, tutti o quasi tutti, una combinazione oggi insolita di pelli scure e occhi chiari. Veniamo tutti dall’Africa, questo ce lo dicono i fossili, e quindi non c’è poi tanto da stupirsi; ma solo lo studio del DNA antico ci ha rivelato quanto a lungo abbiamo conservato le pelli scure. Quelle chiare sono arrivate in Europa relativamente tardi; ce le ha portate una migrazione dal medio Oriente, la stessa che ha diffuso l’agricoltura e l’allevamento degli animali, nel neolitico.

Molti passaggi del nostro cammino evolutivo hanno avuto implicazioni anche per la nostra salute. Un complesso di geni che ci rende più sensibili alle infezioni da Covid-19 pare proprio ci sia stato trasmesso dai vecchi europei, dagli uomini di Neandertal, che a quanto pare si sono mescolati con i nostri antenati africani, trasmettendo a qualcuno di noi, fino ai nostri giorni, questa imbarazzante eredità.

Tante buone notizie, si diceva, ma in campo scientifico gli ultimi anni non sono stati tutti rose e fiori. La pandemia ha posto l’umanità di fronte a problemi nuovi, urgenti, che nessuno aveva la competenza per risolvere rapidamente. Oggi è chiaro che i fattori da considerare erano e sono tantissimi: le caratteristiche dei diversi ceppi di virus, certo, ma anche le diverse sensibilità individuali, per cui, a parità di condizioni, c’è chi sviluppa sintomi lievi e chi invece ne sviluppa di gravi o gravissimi; fattori sociali, come la densità di popolazione e la mobilità, difficili da valutare nel dettaglio; e l’impatto delle misure di isolamento sull’economia e sulla vita sociale. Non era realistico pensare che andasse tutto bene, come pure si era sperato: non è andato tutto bene e questo ha generato, in strati consistenti dell’opinione pubblica, sentimenti di frustrazione e anche di rifiuto della scienza. Si tratta di un fenomeno che ritorna, a cicli: già nel 1861 Oliver Wendell Holmes, medico e letterato, aveva sostenuto che gettare a mare tutta la “materia medica” sarebbe stata la cosa migliore per l’umanità (e la peggiore per i pesci). Negli ultimi anni, con la tragedia della pandemia, è cresciuta la sfiducia nelle capacità della scienza di risolvere i nostri problemi.

Col senno di poi, sarebbe stato importante sottolineare fin dall’inizio che le nostre conoscenze, pure molto superiori a quelle di solo vent’anni fa, hanno limiti; che c’è un obiettivo conflitto fra i tempi della scienza, che sono lunghi, e la necessità sociale di interventi tempestivi. Certe dimostrazioni televisive di eccessiva sicurezza da parte dei cosiddetti esperti si sono rivelate controproducenti. Ma, a conti fatti, nella fragile normalità riconquistata, possiamo anche dire che la scienza si è confermata uno strumento potente, anche se imperfetto, per far fronte alle sfide della modernità. Oggi dobbiamo avviare un formidabile processo di riconversione energetica se vogliamo che il nostro pianeta resti abitabile anche per i nostri figli e nipoti, e dobbiamo farlo tenendo conto di quanto i destini di tutti siamo connessi, e quindi non ci sia speranza di cavarsela a scapito degli altri. Nessun uomo è un’isola: lo scriveva nel seicento John Donne, lo riprendeva nel novecento Ernest Hemingway, ed è più vero che mai in questo turbinoso inizio del ventunesimo secolo.

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