Brr… Le brinate da incubo

Sull’agricoltura della nostra pianura è piombato l’incubo delle brinate primaverili, le ricomparse del gelo che si verificano quando le piante iniziano a vegetare, arrivando a compromettere la produzione dell’annata. Anche quest’anno si è riproposto il preoccupante fenomeno dell’abbassamento delle temperature al di sotto dello zero. Un rischio di cui ci stavamo un po’ dimenticando, a forza di parlare di tropicalizzazione del clima della nostra pianura e di innalzamento generalizzato delle temperatura, mentre invece era una delle principali preoccupazioni dei nostri nonni. In passato, per esempio, i sistemi di allevamento della vite erano molto più innalzati da terra di quelli attuali, proprio a dimostrazione del forte timore che si nutriva nei confronti di questa avversità climatica.

Tecnicamente si chiama gelata primaverile ma altrettanto comunemente viene detta brinata, anche se è tale solo in presenza di un’elevata percentuale di umidità relativa, che porta alla formazione di ghiaccio. Il fenomeno consiste nell’abbassamento della temperatura al di sotto dello zero centigrado in un periodo, primaverile appunto, nel quale le temperature del giorno hanno già iniziato ad innalzarsi. É a causa dell’inversione termica, il fenomeno secondo il quale il terreno si raffredda molto più rapidamente dell’aria, che l’abbassamento di temperatura letale alle piante si verifica con maggiore probabilità nella parte più vicina al terreno, perdendo gradualmente d’intensità innalzandosi rispetto allo stesso. Per i germogli di vite, i fiori dei fruttiferi o le piante orticole fresche di trapianto, anche pochi decimi di grado al di sotto dello zero possono provocare gravi danni: per questo si possono riscontrare gemme ustionate dal freddo ad un metro dal terreno ed altre indenni anche solo 40 cm più in alto.

A Correggio, nel periodo fra il 5 e l’8 aprile scorso, l’abbassamento di temperatura è stato particolarmente severo, superiore a quello che alla fine di aprile 2017 (-3,2 C°) dimezzò la produzione di uva sul nostro territorio. La situazione vegetativa della coltura più a rischio, i vigneti appunto, non era particolarmente avanzata ma le gemme che iniziavano semplicemente a rigonfiarsi hanno ugualmente riportato gravi danni, iniziando a necrotizzare in percentuale elevata a seconda di vari fattori: la zona, la loro altezza rispetto al suolo ed il grado di schiusura (che a sua volta dipende sia dal periodo di potatura, poiché potature precoci comportano germogliamento precoce, che dalla cultivar). Il Lambrusco Grasparossa, una varietà non proprio tipica del nostro territorio, ha subito i danni maggiori, seguito dall’Ancellotta, che, rispetto al Lambrusco Salamino, era in fase decisamente più avanzata. La quantificazione dei danni dipenderà ovviamente dal numero di gemme non danneggiate e dagli esiti della fruttificazione delle gemme secondarie che, di fatto, sono gemme di scorta che si sviluppano, soprattutto in situazioni del genere, per assicurare l’attività vegetativa della pianta: queste, tuttavia, sono molto meno produttive di quelle primarie. Gravi danni molto probabilmente saranno a carico anche dei fruttiferi, drupacee in particolare ma anche del pero, che in quei giorni era in piena fase di fioritura.

 

La brina ha sempre fatto paura

Le gelate tardive hanno da sempre preoccupato i produttori agricoli, tanto che proprio a Correggio, nel lontano 1964, fu costituito il Consorzio Antiparassitario ed Antibrina, con lo scopo di effettuare il servizio di monitoraggio ed avvertimento sul rischio delle brinate. Lo strumento di contrasto dell’evento era la produzione notturna di fumo sugli appezzamenti da proteggere: la pratica sortiva lo stesso effetto di un cielo nuvoloso, impendendo il fenomeno dell’inversione termica. Questa soluzione, pur non avendo perso di efficacia, oggi non viene più attuata se non in piccole realtà, a causa delle difficoltà operative su grandi aziende oltre che in funzione delle problematiche ambientali e della circolazione stradale.

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