Biodiversità, moda o valore aggiunto?

Anche in ambito agricolo la riscoperta del passato potrebbe sembrare una moda: con il termine “antico”, o addirittura “ancestrale”, oggi inconsciamente attribuiamo ad un prodotto una qualità positiva. Molto spesso però ci si trova di fronte ad una forzatura volta alla ricerca di consensi commerciali, tanto che i prezzi di certi beni agroalimentari finiscono per lievitare sensibilmente proprio in virtù di questa storicità, ritenuta positiva ad ogni costo. Secondo un punto di osservazione meno astratto, il ragionamento potrebbe essere: “se i nostri nonni hanno smesso di coltivarlo, ci sarà un perché”, e gli esempi che confermano questa ipotesi non mancano. Uno su tutti l’uva “Fogarina”, che sulla notorietà derivante dalla canzone ha fatto sperare in un successo che, invece, non decolla. Quante volte ci siamo trovati di fronte ad un prodotto del passato, con la speranza di incontrare qualcosa di sublime, per poi restare delusi? È vero che può accadere anche l’esatto contrario, ma i casi sono molto più rari, sia in ambito animale che vegetale: pensiamo alle Vacche Rosse od ai grani antichi. Le motivazioni che hanno portato all’abbandono di vecchie varietà vegetali o razze animali può essere imputato tanto alle caratteristiche di conservabilità delle produzioni, quanto alla maggiore resa delle colture più moderne; il tutto ovviamente calato in un differente periodo storico, con esigenze differenti sia dei produttori che dei consumatori.

Nell’immediato dopoguerra per esempio si ricercavano produzioni abbondanti e costanti proprie delle ultime novità in ambito agrario. Oggi invece siamo più attenti alle problematiche ambientali e di salubrità delle produzioni, tanto che una mela antica autoctona, che non necessita di trattamenti, oggi diventa un prodotto ricercato e ben pagato, sebbene dal punto di vista agrario produca poco e ad anni alterni. A questo punto entrano in gioco anche le maggiori disponibilità economiche dei consumatori o la loro scala di priorità, visto che la salubrità potrebbe venir prima delle caratteristiche organolettiche.

In molte occasioni, quindi, i tentativi di recuperare prodotti del passato sono poco premiati. Quello che vale la pena di fare, tuttavia, è valutare queste varietà alla luce di tanti aspetti non noti in passato: i valori nutrizionali, la digeribilità e le proprietà terapeutiche, collocandoli peraltro in un periodo storico differente con un clima diverso, tecniche agronomiche differenti, meccanizzazione d’avanguardia, maggiore capacità di conservazione. Tutto questo è possibile grazie ai cosiddetti “agricoltori custodi” che per passione, caparbietà od opportunità hanno deciso di mantenere in vita piante ed animali che diversamente avrebbero rischiato di andare perduti. Questo assortimento viene chiamato oggi “biodiversità”, un concetto che non deve essere etichettato da giudizi di valore ma semplicemente come una garanzia di maggiore ricchezza varietale, con tutti i benefici che comporta nell’agroecosistema. L’assortimento varietale non deve perciò cedere spazio alla monocoltura, con tutte le problematiche, economiche, fitosanitarie ed ambientali che questa comporta.

Per “Biodiversità” si intende la diversità biologica della svariate forme di vita che coesistono in uno stesso ambiente. Una ricchezza che è il frutto del lento processo dell’evoluzione e della selezione naturale, che agisce sulle caratteristiche delle specie portandole anche ad adattarsi al cambiamento delle condizioni ambientali. La biodiversità è quindi un fondamento della salute del nostro pianeta, perché in un ambiente in cui la varietà di vita è più ampia l’ecosistema reagisce meglio agli stimoli negativi, a partire proprio dai cambiamenti climatici, senza però tralasciare altri fenomeni come la comparsa di nuovi insetti.

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