Bèh, mòh, a voi dir!

Tra la briscola al bar e l’ombra delle Pioppe, discorsi quotidiani di alto livello

Occupano di mattina omnibus diebus, a gruppi fissi e fidati, chi i tavoli della bocciofila, chi un angolo dei portici, chi le panchine dei giardini pubblici e i parchi, molti il bar di riferimento e qualcuno anche il barbiere. 

Sono i non più giovani, di una maturità avanzata ma non trascorsa, come direbbe il Manzoni.
Quotidianamente impegnati in discorsi di alto livello, ci ricamano su una girandola di luoghi comuni, reperti di saggezza antica, sempre buoni per qualsiasi argomento di conversazione.

«I panni sporchi si lavano in casa. Andando avanti così dove andremo a finire?!
A volte per andare avanti bisogna tornare indietro. Eh, non è più come una volta. I figli fanno a modo loro.
Mah, chi troppo e chi niente…»: eccone un assaggio. 

Sanno come… si dovrebbero asfaltare le strade, potare gli alberi, riorganizzare la sanità, ridurre tasse e tassi, a chi appaltare.

Voglio suggerire ai pubblici amministratori una commissione di anziani, che si incontri settimanalmente per dispensare consigli e consulenze.

E quando non sono i bèh, mòh, a voi dir a tener banco, si sgranocchiano fumanti bestemmie, che nemmeno l’avvicinarsi della partenza verso il significato estremo dell’esistenza riesce a intimorire.
Sono le loro litanie, giaculatorie che vorrebbero rinforzare il discorso, con le quali prendere tempo per aggiustare le parole, in realtà un pessimo vizio nostrano e non solo, che li accompagna fino a finire nel libro dei più.

A volte per infiammarli basta il ricordo di una partita a carte mal giocata, che riapre la discussione dei contendenti anche dopo giorni o mesi: «Boia d’un mondo! Ti ho chiamato tre punti e mi vieni fuori con un carico! Bèh, mòh, a voi dir!».

E le battute maliziose per godersi ancora qualche fantasia scabrosa ormai inopportuna e irrealizzabile? 

Tutto si dilata, si ingigantiscono imprese forse mai portate a termine, ma quello che importa è avere l’attenzione dei compagni e, almeno a chiacchiere, non disarmare.

Ma il gruppo che incontro più spesso è quello che siede sotto le “pioppe” canadesi che fiancheggiano il laghetto al Parco della Memoria.
Quest’anno imperversa una calura che sembra non terminare mai.
Le cicale suonano la piva sfregandosi l’addome per quanto è lungo il giorno, l’acqua non ha fretta a venire, il mio prato si riempie di gramigna, le ortensie sono bruciate. Resistiamo ancora un po’, poiché le previsioni dicono che fra qualche giorno si rifiata.

E comunque l’ombra delle pioppe è più fresca dell’aria mossa dalle ventole del bar e queste persone sembrano più serene. Contenti del più che è passato, ogni giorno che viene al mondo ne rinnovano i ricordi: a volte la guerra e la ricostruzione, altre volte il passaggio dalla terra alla fabbrica e le mille innovazioni del progresso, che ha girato in fretta le pagine del secolo andato.

C’è Lazzarini che aggiustava i piccoli elettrodomestici, Silvio il lattoniere, G. Carlo Del Bue un operaio di Storchi, Sergio Messori che ha fatto l’autista e poi l’agente di commercio della Italsalumi.

Remo Reverberi era un asso del volante (del muletto), Guerrino un attrezzista meccanico, Paride Pignagnoli un artigiano e Beppe Carboni… ingaggiato dal gruppo per raccontare barzellette.

Certi giorni diventano commissari tecnici, altre volte si trasformano in ministri dell’economia o dell’interno: «Bèh, mòh, a voi dir!».

Intanto si è fatto mezzogiorno e si deve tornare tutti a casa per il pranzo; importante non farsi attendere perché «in casa mia comando io e faccio quello che pare e piace a mia moglie».

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