Bagni, sapete, il calcio ce l'ha dentro

Bagni, sapete, il calcio ce l’ha dentro

Salvatore, un campione e un amico

Salvatore Bagni, figlio di Luciano Bagni, “Baroba” per noi di Correggio e dunque di diritto anche per lui stesso, è stato un grande protagonista del calcio italiano a cavallo degli anni 1970/80.

Esordisce nel calcio che conta con il Carpi nel 1975 in serie D, per passare poi, nel 1977, con un quadruplo salto di categoria al Perugia in serie A, dove visse anni importanti, con il record di imbattibilità conservato per un anno intero e campionati di vertice. Poi fu ceduto nel 1981 all’Inter dove, sotto la guida di Marchesi, nel campionato ’82/’83 da attaccante di fascia venne trasformato, vista la buona tecnica, in mediano di centrocampo per sostituire Oriali (quello di ”una vita da mediano” del Liga).

La storia di Salvatore con la società milanese terminò in modo brusco nel 1984, con la cessione al Napoli, che così rafforzò il centrocampo di una formazione che tra le sue file annoverava già giocatori del calibro di Giordano, Ferrara, De Napoli; poi arrivarono Careca, Alemao e un certo Maradona. L’anno successivo fu scudetto e coppa Italia. Quello dopo il Napoli arrivò secondo dietro al Milan, per un inaspettato calo nel girone di ritorno. Il rapporto con la società si deteriorò e si concluse con il prestito di Salvatore all’Avellino, anche se lui preferiva Bologna con la quale aveva già trovato un accordo.

Il ritiro dalla attività agonistica avvenne nel 1991 in serie B con l’Avellino dove non giocò preferendo spostarsi agli Amatori con Donato (Best), suo grande amico. In questi dieci anni aveva giocato prima in Nazionale under 21 e poi nella nazionale maggiore, per un totale di 41 presenze e 5 gol.

Ecco per sommi capi la carriera di Bagni, che è conosciuta da molti e descritta in tanti articoli che gli sono stati dedicati. Dunque? Dunque a noi interessa l’uomo Bagni, il Bagni che emerge nella sua recente autobiografia intitolata “Il Guerriero”. Quindi ci interessa il ragazzo Salvatore, i suoi amici, il suo ritornare frequentemente tra di noi, i legami mantenuti con Correggio pur vivendo distante, ma non troppo (160 chilometri) sulla riviera Romagnola, a Gatteo Mare.
Nessuno è profeta in patria. Poi, nelle piccole città, dove tutti si conoscono e le genealogie perpetuano nei secoli i pregiudizi, gli amici rimangono un vero patrimonio di umanità.

Ospiti della lavanderia Montanari, con il titolare William, di cui si dichiara “praticamente fratello”, a fare da anfitrione, e con altri amici che lo accompagnano, parliamo con Salvatore di calcio, della sua vita e del tempo che scorre.

Per prima cosa gli chiediamo di raccontaci della consuetudine di incontrare i vecchi amici. Sappiamo che, finita l’attività professionistica, per molto tempo si è sottoposto a dei sacrifici, a delle alzatacce, pur di venire qui a giocare negli “amatori” con gli amici, prima nella “Dorando Pietri” di Carpi poi nella “Maris” di Correggio, spesso facendosi accompagnare anche da famosi ex compagni, e portando entrambe le squadre a numerosi successi. Lui, dicono gli amici, al calcio deve tutto, ma lui il calcio ce l’ha dentro, non è stata una semplice professione bensì un continuo divertimento. Non è uno “sborone”, è un uomo estroverso e sincero: «Io dormo poco, sono super attivo, non mi costava fatica, anzi non vedevo l’ora di ritrovare gli amici sul campo, sempre con la medesima grinta e carica agonistica, senza fare differenza se al mio fianco non c’era Careca ma Rughetti, non c’era Ferrara ma l’indimenticabile Pergetti (detto Perego), non c’era Maradona ma Cavalcabue (per tutti Malo), e gli avversari non erano Maldini, Gullit, Baresi, ma illustri sconosciuti, operai, artigiani, impiegati che come me avevano una passione esagerata per il calcio. L’unica cosa certa era che riservavo lo stesso trattamento agonistico a tutti». Da “guerriero”, appunto.
Sempre con gli amici ha continuato in altre professioni: «Mi diverto a fare il talent-scout. Faccio sempre l’autista, mi piace guidare. Con gli amici abbiamo visitato l’Europa tutta, sicuramente, e anche oltre. Siamo entrati in tutti gli stadi, pensane uno “strano”: noi ci siamo stati».

Non ti sei fatto mancare niente, hai fatto anche lo scrittore. Cosa ti spinto a scrivere “Il guerriero”?
«No, non ho fatto lo scrittore. Il merito è dell’insistenza di Ignazio Senatore, il giornalista co-autore del libro: io non ho fatto niente, gli ho solo raccontato, in alcuni pomeriggi estivi a Gatteo quello che sono stato in campo e fuori dal campo, durante e dopo il calcio, tutto quello che mi è successo di bello e di brutto nella vita. Mi sono raccontato sinceramente, senza ipocrisie, perché, chi non mi conosce e mi giudica in modo superficiale possa pensarci su».

Cosa pensi del calcio odierno, senza spettatori sugli spalti, che si vede solo in tv? E poi, tu che sei stato anche uno stimato opinionista di calcio, come valuti l’attuale tendenza dei cronisti ad abusare delle formule tattiche e dei discorsi teorici?
«Anche questo l’ho fatto per divertimento, grazie alla mia esperienza e alla mia parlantina. Poi come è iniziato, improvvisamente così è finita, senza rimpianti. Oggi per il calcio è un momento strano, una parentesi. Degli odierni commentatori apprezzo molto Lele Adani, guarda caso anche lui nato dalle nostre parti, a San Martino in Rio. In generale, nel calcio adesso molti presunti talenti provengono da paesi che in passato non erano frequentati dagli scopritori di futuri campioni, mentre adesso sembra che gli scout vi abbiano trovato il nuovo Eldorado».

Così credi anche tu che i maggiori bacini di futuri campioni siano le nazioni in via di sviluppo, con più fame”, come si suol dire, come l’Africa, dove il calcio è visto ancora come possibilità di fuga dalla povertà?
«Si, questa è una realtà consolidata. Io credo però molto nei paesi dell’Europa dell’est, ancora poco battuti da procuratori e talent scout, invece credo meno nei paesi dove hanno già base procuratori famosi con decine di osservatori al loro servizio, tipo Brasile, Argentina, Portogallo. Qui la scrematura dei migliori è già stata fatta. Salvo rare eccezioni, si capisce».

I tuoi e nostri compaesani, sai, sono curiosi. I nostri lettori si chiederanno di cosa si occupa attualmente Bagni.
«Collaboro con mio figlio, agente Fifa. Vado, osservo, consiglio, segnalo alle società coloro che ritengo buoni giocatori, sia in prospettiva (Kessie, per esempio, l’ho offerto a tanti alcuni anni fa e alla fine mi ha creduto l’Atalanta, che rivendendolo ha fatto un’enorme plusvalenza); oppure giocatori già pronti, esperti, ma sottovalutati, dei quali non farò il nome, altrimenti favorisco la concorrenza. Comunque è un modo per continuare a girare il mondo: ancora e sempre con gli amici, però».

Questo è Salvatore Bagni, correggese, attaccante di belle speranze trasformato in grande mediano, grintoso e senza peli sulla lingua, che ancora oggi a Napoli viene riconosciuto, fermato per strada e applaudito. «Per fare con lui duecento metri in città, ci si mette ore», si lamenta un amico. Ma se volete conoscere un po’ meglio Salvatore Bagni dovete cercarlo negli affetti: la moglie, la famiglia, gli amici. Un uomo speciale.

Viller Magnanini

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