Avvocato, ci dica,come vede la sua professione?

L’opinione di Simone Franzoni e Giovanni Orlandi

Basta evocare la gloria (retorica e politica) di Marco Tullio Cicerone per ricordare che quella dell’avvocato è una professione antica come il mondo. Si divide in tre specializzazioni in base alla natura delle controversie: civile, penale o amministrativa. Partendo dalla nostra realtà abbiamo intervistato due amici, titolari di studi legali di Correggio, che hanno maturato esperienze in uno di questi campi. L’obiettivo? Capire come si è evoluta nel tempo questa professione. Iniziamo con l’avvocato Simone Franzoni, trentasei anni, socio dello Studio Associato Franzoni – Dittamo, che è attualmente formato dai due titolari e da sei collaboratori.

«Per descrivere cosa significhi oggi essere “giurista d’impresa” utilizzerò alcune parole chiave. Dinamismo: le imprese sono in costante e rapida evoluzione, per ragioni normative e di mercato. Si pensi all’impatto dirompente che ha avuto sulle aziende la normativa a tutela della privacy; o che ha, per la responsabilità degli amministratori, la recentissima riforma della legge fallimentare; o anche l’importanza che avrà, solo per ottenere finanziamenti, il cosiddetto “bilancio di sostenibilità”. La figura professionale dell’avvocato, in passato fra le più statiche, oggi non solo deve aggiornarsi continuamente ma anche prevedere i problemi di applicazione di queste nuove normative. Rapidità: si è chiamati a dare risposte fulminee, proprio come lo sono le scelte che gli imprenditori devono prendere. E rapidi devono essere anche i risultati. È una professione che vive sempre più “fuori dal Tribunale”: lo scopo è prevenire i problemi delle aziende (quindi occorre conoscerle bene) e assisterle nelle trattative con fermezza e logica pragmatica. Altro che lo sfoggio di eloquenza nel Foro! L’attività extra-giudiziale sta diventando ormai preponderante, specie con le imprese che operano su mercati internazionali. Una certa aggressività può tradursi nel miglior modo per evitare il Tribunale o complicazioni negoziali. Specializzazione: per seguire una normativa ed un mercato così complicati, specializzarsi al massimo è un imperativo. Il consulente “tuttologo” fatica a tenere il passo. Per questo lo “studio legale” crea nel suo complesso le condizioni di efficienza e di preparazione necessarie. Spirito imprenditoriale: la specializzazione richiede personale, costante aggiornamento, investimenti. Occorre però fare i conti con due fattori. Da un lato siamo davanti ad una vera e propria fuga dalla professione da parte dei giovani: nel nostro settore si tendeva a riconoscere ai propri collaboratori, a partire dai praticanti, compensi indecorosi; per giunta, la selezione spesso avveniva per via ereditaria. Vi è poi la concorrenza rappresentata dalle grandi strutture, anche internazionali, con centinaia di avvocati che a Roma e a Milano già operano: stando agli studi di settore, queste si diffonderanno in maniera capillare. Proprio in questi mesi, per noi, si è posta la scelta di entrare a farne parte o di mantenere l’indipendenza. Territorialità: in risposta a questa minaccia c’è un “ritorno ai consulenti di casa” di alcune primarie realtà economiche della provincia, che richiedono un’assistenza privilegiata e indipendente, radicata nel territorio, purché strutturata adeguatamente. Questo non significa ragionare solo localmente, ma sapersi relazionare anche con proprietà che acquisiscono imprese correggesi per mantenerle tali. Ecco che la “territorialità” diventa senso di appartenenza, un valore che si aggiunge a quelli di legalità, trasparenza e dedizione al cliente nel costituire la cultura dell’essere “avvocati d’impresa oggi”».

 

Procediamo nell’intervista con l’avvocato Giovanni Orlandi, sessantotto anni, titolare dello Studio omonimo che vanta un’esperienza pluriennale. Infatti il padre, l’avvocato Mario, iniziò la professione nel lontano 1954.

«L’opportunità che mi dà una riflessione sull’avvocatura è come un rileggermi nel tempo, mettermi al cospetto di me stesso, quello di ora, diverso da quello di allora. Come si è evoluto il ruolo dell’avvocato? Alle nuove e crescenti richieste di servizi ci si è adeguati rafforzando gli organici, ricorrendo a forme di associazionismo e costruendo “reti di professionisti”, fino a collaborazioni interdisciplinari con altre figure professionali, così da prevenire l’insorgere di inutili e dispendiosi contenziosi.

Nello stesso tempo è iniziata una sorta di dilatazione delle funzioni dell’avvocato civilista, di supplenza per la grave “crisi della giustizia” non risolta ma accentuata dalle riforme varate dai vari governi che si sono succeduti. Così, ora, l’avvocato è chiamato a svolgere un ruolo di maggiore intermediazione tra il cittadino e la giustizia, anche con il ricorso a nuovi istituti quali la Mediazione e la Negoziazione assistita, i cosiddetti ADR (Alternative Dispute Resolution).

L’avvocato, che in passato era un maestro di retorica, ora è più figura di prossimità con gli interessi del cliente. Certo, gli anni del secondo novecento, contrapposti ai tempi frenetici e al flusso informativo odierno, ci sembrano già arcaici poiché completamente privi di cultura informatica. Oggi tutto è on line: il telematico è la regola per i servizi di cancelleria, le udienze si tengono da remoto o per trattazione scritta. Tutto è molto comodo, ma permettetemi di provare nostalgia per il dialogo diretto e costruttivo con il giudice e per l’efficacia dell’immediatezza, per il confronto dialettico con cui si risolvevano spesso i problemi, cosa che non può avvenire attraverso procedure burocratizzate, così impersonali ed informatizzate. Qualsiasi professionista si deve confrontare con la tecnologia, la dematerializzazione, lo studio legale virtuale, l’intelligenza artificiale, sulla scia dei profondi cambiamenti avvenuti nell’organizzazione del lavoro. Tuttavia il tecnicismo non deve indurre il giurista a trascurare la cultura, da cui traggono linfa la creatività, la fantasia e il talento, ovvero le doti che separano il buon consulente dal mestierante. Nell’immediato ci troviamo ad affrontare una grande sfida, rappresentata dal varo della riforma del processo civile, troppo frettolosamente resa operativa dall’attuale governo (per esigenze di natura finanziaria) e non sufficientemente approfondita. Il vero pericolo è che, in nome dellefficientismo, gli istituti processuali diventino strumento di riduzione di tempi e costi delle controversie, al prezzo di una giustizia che sacrifica sempre più il fattore umano, ignorando le cause e gli effetti sulle persone».

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