Avanti con l’intelligenza artificiale… Ma con intelligenza

A Primo Piano incontri: cibernetica chiama etica

Decisamente molto interessante la serata di Primo Piano Incontri dal titolo “Algoritmi, robot e … umanità! – L’intelligenza artificiale davanti alla sfida etica”. Il professor Luciano Floridi, relatore principale, docente di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, dopo averci spiegato cos’è e cosa non è l’intelligenza artificiale, quali ne sono i rischi e quali le opportunità per l’uomo, ha dialogato con il giornalista di Repubblica Riccardo Staglianò che ha provato a provocare e confutare alcune delle sue idee e visioni, animando così la serata.

Anche per il lavoro che faccio cerco di stare attento a tutte le novità che riguardano questi temi. Non sono un esperto di intelligenza artificiale ma l’argomento mi appassiona. È sempre bene ricordare che noi esseri umani non siamo antagonisti dell’intelligenza artificiale, ma ne siamo i creatori e i modellatori. Quello che fa la “macchina” è quello che, nel bene e nel male, gli abbiamo insegnato a fare noi stessi. Il motivo per il quale la “rivoluzione digitale” ha così tanto successo è che, semplicemente, ci ha tolto diverse fatiche. Ha fatto i primi passi nel mondo delle industrie già molti anni fa, rendendole oggi in gran parte completamente automatizzate, tanto che disegniamo le nuove fabbriche sui bisogni delle macchine, più che delle persone. Ma, grazie agli sviluppi delle strutture informatiche (velocità di trasmissione del dato, capacità di storage a basso costo, potenza di calcolo etc.) è sempre più presente nel nostro quotidiano, anche senza che ce ne accorgiamo troppo.

Viviamo già in tante nuvole algoritmiche governate da intelligenza artificiale: dal “rumba” che ci pulisce casa la mattina, all’auto che è in grado di parcheggiare da sola in centro, ai consigli spesso azzeccati dello streaming che ci propone il modo migliore di passare la serata, agli assistenti vocali che in cucina ci assistono mostrandoci una ricetta. Siamo solo agli inizi: per lo più tutte queste soluzioni hanno compiti specifici e obiettivi precisi e, per questo, non ci fanno tanta paura. Ci aiutano. Non ricordano per niente l’androide del film di fantascienza, a nostra immagine e somiglianza, che prima o poi capisce che potrebbe fare a meno di noi umani e ne trae le logiche conseguenze. Sono tutte tecnologie verticali, addestrate per alleviare i nostri sforzi o per ampliare le nostre conoscenze e capacità. E onestamente non ne abbiamo mai abbastanza.

Quello che si potrà fare in futuro ancora nessuno lo sa. È bene tuttavia essere ottimisti e lavorare nella direzione di rimanere noi quelli “intelligenti”. Essenziale è che ogni decisione resti nel dominio umano. Il punto è, piuttosto, che si tratti di buone decisioni.

Uno dei temi più discussi durante lo svolgimento della serata, tra Floridi e Staglianò, ha riguardato il lavoro. I robot tolgono lavoro, creano disoccupazione?

Su questo punto io concordo con la tesi del professore di Oxford. Dove c’è più presenza di automazione e utilizzo di intelligenza artificiale, lì c’è anche maggiore ricerca di personale e in generale un tenore di vita più alto per chi lavora. I robot non tolgono lavoro, ma spesso ne creano altro, anche di più, però di tipo diverso. Non è quasi mai un problema di quantità di posti di lavoro. Il vero problema è legato alle competenze. Un lavoro ripetitivo viene affidato alla macchina. Il contestuale lavoro di controllo, pianificazione, modellazione che prima erano insiti nella persona che eseguiva quel compito ora deve essere scomposto e affidato alle nuove competenze di chi governa l’insieme di quelle stesse macchine. Appare un nuovo tipo di lavoro che prima non esisteva. La formazione, il re-skilling per le nuove competenze, sono quindi il tema centrale per affrontare il problema. E certamente le cose non evolvono a favore delle persone più mature né si risolvono in breve tempo. Però dovevamo prepararci. Non possiamo infatti pensare che la rivoluzione ci porti solo benefici in termini di qualità della vita. Il costo che ci è stato sempre richiesto, in ogni transizione, è di migliorare noi stessi. Ciò non significa essere tutti in grado di progettare, programmare, disegnare algoritmi o essere esperti di coding, bensì di essere in grado di comprendere e utilizzare al meglio ciò che ci circonda. Diversamente da altre epoche storiche lo dobbiamo fare più velocemente.

Proprio Floridi in questi giorni è stato incaricato di lavorare ad un “Fondo per la Repubblica Digitale” finanziato da Ministeri competenti e Fondazioni bancarie. Metterà a disposizione trecentocinquanta milioni di euro per accrescere le competenze degli italiani per accompagnare la transizione digitale del Paese. Una buona notizia.

L’altro grande tema, più complesso, che spaventa un po’ tutti, me compreso, è quello della “governance del digitale”. Chi ci offre soluzioni digitali, chi governa e centralizza i servizi, possiede i molti dati. Possono essere la planimetria della nostra casa (rumba), la strada che facciamo ogni giorno (auto autonome), i nostri gusti a pranzo (assistente vocale), i nostri attori preferiti (streaming tv). Molte aziende, molte istituzioni hanno montagne di dati su di noi e potrebbero condizionare diversi aspetti della nostra vita, come minimo i nostri futuri consumi. Non è casuale che l’industria discografica stia utilizzando alcune colonne sonore di serie tv o film per monetizzare vecchi diritti musicali, come il recente Kate Bush con Stranger Things. Fin qui stiamo parlando di casistiche “innocue” legate al marketing, ma si potrebbe allargare il discorso a campi ben più vasti e profondi, con maggiori preoccupazioni.

I governi, finalmente, si stanno occupando di limitarne gli utilizzi. La normativa sulla privacy ne è un esempio. C’è molto da fare… e il mondo non è tutto uguale. Va da sé, comunque, che noi utilizzatori finali abbiamo solo due scelte: accettare il progresso, affrontandone i rischi, o rifiutarlo e uscire così dalla scena. Questa seconda strada non mi sembra la migliore.

Andrea Storchi è co-fondatore di Webranking.

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