Asini di razza

D’agosto sulle sdraio di Casalborsetti si discute anche della cosiddetta “sostituzione etnica”, che secondo l’attuale Governo starebbe minando l’integrità della nostra razza per colpa degli immigrati extracomunitari. Il gruppo di pensionati si è spostato temporaneamente in riviera con mogli e nipoti. Non tanto per ferie, perché in ferie ci sono da anni, ma per non litigare in famiglia. Siccome non sopportano sabbia e calura, lasciano spesso i congiunti a sudare sotto l’ombrellone e si rifugiano dentro al chiosco del Bagno Sirenetta, che così si è trasformato nella versione discinta di un bar correggese. 

Desnòm ha una idea assai precisa. La sostituzione etnica, a sentir lui, è in corso fin dal 1970 ed avviene ad opera dei “terroni”. «Poi non dite che io sono razzista». La polemica sui “terroni” a Correggio risale a molto tempo fa, come i pantaloni a zampa d’elefante e la spuma al chinotto. Anche allora c’era gente che cercava lavoro e aziende che ne avevano bisogno. Adesso qualcuno a Roma, nell’ebbrezza dei sondaggi, si è incaricato di riscoprire e aggiornare il tormentone con una nuova minaccia. 

Pigàss, dall’alto del suo trespolo, esprime un pensiero. Cosa già di per sé stupefacente. «Credete a me, il politico che denuncia la “sostituzione etnica” è appena arrivato al potere e manca di esperienza. Fa ancora confusione tra i cittadini e le vacche». È un’affermazione perlomeno originale, la sua, che solleva più di un sopracciglio interrogativo. E Pigàss è costretto a spiegare. «Ma lo conoscete questo qui? Quando parla di “razza italiana” lui pensa alle vacche brune. Non vuole, giustamente, che vengano sostituite dalla pezzata olandese, dalla normanna francese, dall’angus scozzese, dalla frisona tedesca… Che poi si fa presto a dire “razza italiana”. Bisogna precisare: rossa reggiana? O fassona piemontese? O chianina toscana? O grigio-alpina? O modicana sarda? O podolica calabrese? Mica è semplice essere italiani, anche per le vacche. Ma vedrete che questo politico qui, con l’esperienza…»

«Mi stupisci Pigàss. Tu cosa sei, un veterinario prestato alla politica?». Stalin abbandona per un momento la lettura del giornale. «No, dico, bisogna spiegare a quelli là che le vacche hanno una razza perché serve per metterla sul menù del ristorante, come tagliata di chianina, o nella pubblicità dei formaggi, come grana delle vacche rosse reggiane. Ma noi? Perché i correggesi dovrebbero essere spaventati per la “sostituzione etnica”? Se un immigrato lavora, rispetta la legge e paga le tasse, perché dovremmo vedere con sospetto i suoi figli? Visto che ne abbiamo un gran bisogno, tra l’altro». Così parlò Stalin.

«Però Pigàss non ha tutti i torti. È colpa di Darwin». Il Professore al tavolo vicino si pulisce i baffi dalle tracce di bombolone. Lui, che viene da Milano, si è trovato incorporato nel gruppo semplicemente perché le ombre dei rispettivi ombrelloni sono talmente adiacenti che si usano in condominio. «Darwin, nella sua ansia di incasellare qualsiasi essere vivente, ha dato il via anche alla catalogazione delle persone. Senza nessun giudizio di valore da parte sua, naturalmente. Così per definire un’etnia si valuta il pigmento della pelle, un osso differente, l’altezza, la forma del cranio, un labbro più pronunciato…».

«Vuol dire che quella biondona sessantenne che va su e giù per il bagnasciuga tutta la mattina, sedere a sbalzo e due labbroni da anatra, ha cambiato razza?», lo interrompe Desnòm a cui non par vero di schernire il Professore. «Allora bisogna allertare il Governo. Tra gli effetti collaterali della chirurgia plastica potrebbe esserci una strisciante sostituzione etnica».

«C’è poco da scherzare», scuote la testa canuta il Professore. «La favola della “razza pura” nel secolo scorso, per la criminale efficienza tedesca, portò allo sterminio degli ebrei e dei “diversi” in generale. Non è tanto una questione di aspetto fisico: basterebbe fare un giro per i bagni di Casalborsetti per osservare certi esemplari di indigeni spiaggiati che, in tutta onestà, a nessuno verrebbe l’idea di preservare! No no, la verità è che in qualsiasi parte del mondo ci saranno sempre dei soggetti che si scoprono razzisti perché convinti di essere loro, e quelli come loro, il miglior risultato della Creazione, da Adamo in poi, in tutti i sensi. E qualche politico ci marcia».

«Dici bene: quelli lì sono proprio gente che “marcia”», conferma Stalin.

Pigàss è rimasto a cinque interventi prima, come suo solito. «Il discorso non è da limitare alle vacche, è più generale. Un cane “di razza”, per esempio, si capisce subito che costa molto di più, prima ancora di precisare a quale razza appartenga (che è solo una questione di gusti). Comunque, negli animali c’è chi è di razza e chi no. Negli uomini invece tutti apparteniamo ad una qualche etnia, solo che un’etnia vale di più e un’altra molto meno. Insomma, torniamo sempre ad una questione di soldi».

«Vuoi dire che quei politici là non farebbero tanto casino se venissimo sostituiti dagli svizzeri o dagli arabi del petrolio?», si stupisce Desnòm. E Stalin: «In effetti fanno tutti il tifo per squadre di calcio in cui gli stranieri di colore sono diventati una larghissima maggioranza: però non la chiamano “sostituzione etnica”!».

Desnòm ha un dubbio: «Forse quelli là intendevano che c’è il rischio di perdere la nostra cultura».

«La nostra cultura è a rischio comunque. Bastiamo noi a perderla», obietta il Professore con un sospiro meneghino, cioè di civile rassegnazione, e si alza per tornare a soffrire sulle sabbie roventi.

Pigàss non molla di un centimetro. Gli dispiacerebbe abbandonare la sola, unica idea che gli è venuta da molto tempo a questa parte. «Ma no, la cultura non c’entra niente con la politica. Figurarsi, questi qui fino ad ora non hanno avuto il tempo di leggere, di pensare, e men che meno di studiare».  

«Insomma, sono asini» sbotta Stalin che, se non l’avete capito, “quelli là” non gli sono troppo simpatici.

«Sì, ma asini di razza!» lo corregge immediatamente Pigàss mostrando una coerenza di pensiero che rinvia qualsiasi ulteriore obiezione al ritorno sotto gli ombrelloni fronte-mare.

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