Arsventuno e gli anni fan quaranta

Arsventuno e gli anni fan quaranta

Antonella Panini: successi e progetti di un’artista eclettica

Per tanti correggesi è solo “l’Antonella della scuola di danza”, e lo dice lei sorridendo. In realtà Antonella Panini ha un curriculum artistico lunghissimo: musica, danza, pittura, teatro. Per me è anche la bambina con una nuvola di capelli biondi ritratta in una foto di gruppo dell’asilo Ghidoni, ed è proprio mostrandole questa foto che iniziamo la nostra chiacchierata.

Sognavi già da bambina di “fare la ballerina da grande”?
«A dir la verità ho iniziato a studiare danza per un piccolo problema alla schiena e me ne sono innamorata, poi la mia famiglia ha alimentato molto le mie aspirazioni artistiche. Mio padre mi prendeva sulle ginocchia ed insieme sfogliavamo libri d’arte: Raffaello, Leonardo, i grandi pittori italiani. Lui stesso dipingeva. Da mia madre ho ereditato l’amore per il teatro. Ancora adesso, a 86 anni, fa parte di un gruppo teatrale. È quindi stato naturale per me iscrivermi al Chierici di Reggio Emilia, e poi al DAMS di Bologna dove mi sono laureata con 110 e lode in regia teatrale. È nella regia che rientrano tutte le mie esperienze artistiche ma in particolare quelle che ho fatto da ragazzina al teatro Asioli».

Spiegami meglio…
«A 14 anni ho avuto la fortuna di poter aiutare i tecnici dietro le quinte ed imparare a fare tutto quello che si fa in teatro, anche il macchinista e l’elettricista. Tutto ciò mi è servito moltissimo quando ho seguito allestimenti importanti, ad esempio, nella lirica».

Per quale motivo?
«Se c’è una donna che dirige, i tecnici ti mettono alla prova! Ma, proprio per quelle esperienze fatte, riuscivo a rintuzzare le battutine o i dubbi dando soluzioni tecniche corrette e dimostrando competenze. A quel punto mi stendevano tappeti rossi. Posso dire però per esperienza che le donne vengono accuratamente tagliate fuori e che le registe teatrali sono ancora pochissime?».

Hai un progetto che ti è rimasto nel cuore più di altri?
«Sì, ma prima devo farti una precisazione. È come se io avessi due anime parallele che vanno avanti di pari passo. Una è quella artistica, l’altra è quella formativa: non mai smesso di insegnare e trasmettere agli altri quello che imparavo. A volte questo mio impegno ha penalizzato l’attività creativa, perché non ho mai abdicato alla qualità del lavoro di formazione. Forse è anche per questo che Arsventuno, il Centro delle Arti che dirigo e che nel 2021 compie 40 anni, è sopravvissuto ad eventi difficili come la chiusura per 14 anni dell’Asioli, dove aveva la sede, oltre al fatto di non poter fare spettacoli a Correggio. Fare un progetto significa mobilitare l’intera struttura intorno al soggetto scelto: lo spettacolo finale è il momento in cui si condensano tutte le energie messe in campo durante l’anno. Contemporaneamente ci sono i laboratori con le scuole di Correggio. Gli ultimi cinque progetti sono stati per me uno più bello dell’altro, ma “Odissea” è uno dei più completi perché siamo riusciti a coinvolgere circa otto-diecimila persone, sia allievi di Arsventuno che studenti e spettatori. Alcune classi delle medie sono state coinvolte in laboratori di drammatizzazione e altre in laboratori di scrittura. Per le elementari abbiamo scritto una piccola Odissea; con gli studenti delle superiori abbiamo ragionato sulla figura di Ulisse come persona che sa reinventarsi. Alcuni importanti imprenditori di Correggio hanno dato ai ragazzi dimostrazione di come l’ingegno possa essere fondamentale per la realizzazione di un progetto. Io ho organizzato un piccolo laboratorio con i richiedenti asilo. Alla fine sono stati quattro spettacoli per le scuole e uno, aperto a tutta la città nella biblioteca Einaudi, con la lettura integrale in cinque puntate dell’Odissea».

Impossibile non chiederti come ha impattato il Covid sull’attività di Arsventuno.
«A settembre ci eravamo organizzati seguendo le regole anti-contagio e l’adesione ai corsi era stata altissima. Purtroppo è tutto stato sospeso e i nostri collaboratori sono in cassa integrazione. Personalmente sono rimasta molto ferita, nella mia dignità di professionista, dalla chiusura dei teatri e dei cinema».

Torniamo alla tua anima artistica: un progetto del cuore di Antonella artista?
«Il primo progetto importante è stato “Van Gogh, l’arte del ritrarsi”, dove ritrarsi sta nella doppia accezione di ritrarre sé stessi e ritrarsi dalla vita, costruito con il coinvolgimento degli utenti del servizio psichiatrico di Reggio Emilia. Invece “Vincent Van Gogh – La verità torrida del sole” è uno spettacolo basato su un testo scritto da me, elaborando la corrispondenza tra Vincent e il fratello Theo. Gli spettacoli sono stati tenuti nel S. Lazzaro da attori professionisti».

Parliamo ora dell’ultimo tuo impegno artistico, la mostra “Caduto fuori dal Tempo” in esposizione lo scorso autunno a Parma presso la Galleria San Ludovico.
«Qui mi si è aperta un’altra finestra! Mi ero sempre detta che, una volta andata in pensione, mi sarei dedicata alla pittura, che è molto contemplativa e io ho sempre avuto troppa energia per sedermi a dipingere! Alla pensione non sono arrivata ma sento che è il momento di cominciare a centellinare le forze. Ho quindi ripreso a studiare pittura e tempo dopo mi è capitato di leggere “Caduto fuori dal tempo di David Grossman, dedicato dall’autore al figlio morto alla guida di un tank. È stata una botta violentissima perché racconta la storia di un Duca che chiede allo Scriba Cittadino di raccogliere le testimonianze dolorose di chi ha perso un figlio. È scritto come una tragedia greca ma dopo averlo letto ho sentito la necessità di tradurlo in pittura e scultura. In pochissimo tempo ho fatto gli schizzi preparatori e ho scoperto l’argilla. Mi sono resa conto che l’urgenza che ho sentito nel progettare le opere era dovuto al dolore per la morte di mio padre, avvenuta poco prima. La sorpresa più emozionante è stata la telefonata da Israele dell’autore stesso che si congratulava con me!».

Come è organizzata la mostra?
«Sono esposte otto opere ognuna delle quali rappresenta un personaggio e il visitatore, fornito di un’audioguida dove sono registrati alcuni brani del testo, è praticamente lo Scriba che spia da un pertugio quattro di loro e ne incontra altri quattro. Per tutto il percorso un’aria gelida sferza il visitatore, quindi direi che è un’istallazione emotiva e anche un po’ teatrale. Purtroppo è stata sospesa dopo pochi giorni ma l’interesse è stato sorprendente al punto che dovrebbe essere riaperta appena finiranno le restrizioni anti-Covid».

La nostra chiacchierata termina con l’auspicio che ciò avvenga prima possibile. Antonella è un’artista poliedrica e Arsventuno è il Centro delle Arti che la rappresenta in pieno. Non c’è quindi chiusa migliore per questa intervista di una frase presa dal sito dell’associazione stessa: “Noi crediamo nel potere innovativo della cultura e del sapere e crediamo nell’arte perché sa rappresentare l’umanità in ogni suo aspetto”. Parole anche di tutti noi, che in questo momento difficile siamo privati della bellezza di un’opera d’arte o delle storie e vite altre che si vivono a teatro e al cinema.

Monica Testi

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