Ambiente, l’ora delle decisioni impopolari. Stefano Mancuso per Primo Piano: la lezione delle piante

Un neurobiologo vegetale è colui che studia il comportamento delle piante e la loro capacità di risolvere problemi, comunicare, avere memoria: si tratta di una disciplina abbastanza recente, della quale si è iniziato a parlare solo una ventina di anni fa. Il professor  Stefano Mancuso ne è uno dei più illustri referenti a livello mondiale. Nei giorni scorsi abbiamo avuto l’onore di averlo ospite a Correggio per un’iniziativa di Primo Piano Incontri: prima della conferenza abbiamo conversato anche su temi che non sono stati trattati nel corso della serata al teatro Asioli. Un neurobiologo vegetale, dedicandosi alle piante, è inevitabilmente chiamato ad occuparsi anche di ambiente, quindi di cambiamenti climatici ed inquinamento. Mancuso, docente di arboricoltura generale ed etologia vegetale all’università di Firenze e direttore del laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale, ci ha più volte ricordato come le piante siano la più importante soluzione ai problemi delle emissioni di anidride carbonica per il pianeta, poiché in grado di compiere il miracoloso processo della fotosintesi clorofilliana. Non usa mezzi termini nell’affermare che non sarà certo l’utilizzo di una borraccia al posto di una bottiglietta di plastica a salvare il mondo. Il riferimento ovviamente è alla recente moda di andare in giro con la borraccia d’acqua per limitare l’inquinamento da plastica: questi oggetti sono diventati un simbolo, il gadget più sfruttato da tutti quelli che devono apparire buoni, bravi e paladini dell’ambiente. Al di là del fatto che si tratti di una moda o di un reale virtuosismo, va preso atto del fatto che, pur avendo questo comportamento una sua importante valenza ambientale, il suo impatto non è così rilevante. Secondo Mancuso la vera urgenza sono i cambiamenti a grandi livelli in ambito industriale ed energetico, senza aver paura di rinunciare a qualcosa, a partire dalla costante crescita delle produzioni e dei fatturati. Occorre investire sull’ambiente a scapito dei profitti e, talvolta, dei consensi. Per i grandi cambiamenti a favore della salute del pianeta servono decisioni drastiche, talvolta apparentemente impopolari, che però nessuno si prende la briga di prendere. Eppure siamo stati capaci di farle per il Covid, perché in quelle circostanze ci sentivamo minacciati direttamente: riguardo alla salute del pianeta siamo ugualmente minacciati, ma diventiamo miopi ed incapaci di un’adeguata lungimiranza. Eppure la realtà già oggi è molto peggiore di quanto fossimo stati in grado di prevedere con i nostri modelli e proiezioni.

Con Mancuso abbiamo anche parlato di agricoltura, chiedendogli se l’interferenza dell’uomo nella ricerca di soluzioni in sintonia con l’ambiente possa in qualche modo generare squilibrio. Un esempio è l’utilizzo di feromoni per la difesa biologica od integrata, in alternativa alla lotta chimica. Era inevitabile fare riferimento ad un piacevolissimo racconto del professore, utilizzato per dimostrare la capacità delle piante di comunicare anche con gli insetti. Un particolare tipo di orchidea selvatica, infatti, nel momento in cui viene impollinata aumenta la secrezione di caffeina: il pronubo (ovvero l’insetto impollinatore) la percepisce e la memorizza al punto che anche le sue generazioni future usufruiranno di questa informazione, che indurrà nuovamente quella specie ad impollinare quella particolare orchidea. Riassumendo, si potrebbe dire che l’orchidea selvatica, salutando e ringraziando il suo impollinatore, gli ricorda di passare a trovarla ancora per un buon caffè. Ma se questa armonia di messaggi venisse disturbata dall’uomo nell’intento di realizzare un progetto virtuoso, quello di distrarre o confondere gli insetti introducendo feromoni specificamente prodotti, si correrebbe così il rischio di creare squilibri nell’agroecosistema? Mancuso sostiene che può essere e che non è possibile sapere, specialmente sul lungo periodo, se questo possa arrivare a sconvolgere gli equilibri e creare danni. Non sarebbe la prima volta che la natura corregge gli errori dell’uomo, ma è altrettanto vero che una pianta arborea coltivata deve essere considerata in modo differente rispetto ad una pianta di un bosco naturale. Per il neurobiologo una pianta coltivata è una pianta di “allevamento”, ed è un po’ come paragonare un barboncino ad un lupo: al primo dobbiamo dare da mangiare noi, altrimenti muore, mentre il secondo invece è autosufficiente. Lo stesso accade anche in ambito urbano: le piante delle nostre città sono d’allevamento, quindi più sensibili, più deboli e per questo meno longeve. Anche per questo non è necessario accanirsi sui regolamenti del verde che ne vietano gli abbattimenti: il verde urbano, oggi in modo particolare, potrebbe trarre beneficio da una riprogettazione seria e razionale. Per ogni pianta abbattuta sarebbe bene poter decuplicare il numero di piante di sostituzione, creando gli spazi adeguati e scegliendo gli alberi giusti.

 

Centoventi alberi a testa, perchè no?

Il teatro Asioli era gremito e la provenienza degli spettatori la più eterogenea. È arrivata gente fin da Castelnovo ne’ Monti. Sulla competenza di Stefano Mancuso non c’erano dubbi, e da questo la straordinaria affluenza di pubblico, ma la grande sorpresa è stata il dialogo così famigliare e coinvolgente, talvolta in grado di sdrammatizzare pur sensibilizzando in modo diretto ed efficace. L’iniziativa di Primo Piano ha colto nel segno, invitando sul palco il più autorevole esperto di piante e del loro comportamento, che non ha perso occasione di snocciolare numeri e dati in grado di far seriamente riflettere sull’attuale situazione ambientale e su come i nostri comportamenti potranno essere in grado di influenzarla. A conversare con lui Giovanna Zucconi che, con grande competenza critica e capacità comunicativa, lo ha condotto in un crescendo di domande incalzanti che hanno permesso di affrontare un’ampia rosa di argomenti, appassionanti e concreti. Uno fra i tanti messaggi trasmessi al pubblico dal palco del teatro riguarda il modo di affrontare le attuali problematiche ambientali: non servono gli eccessi e gli estremismi ma serve la capacità e la volontà di affrontare i problemi con serietà, costanza, coerenza e convinzione. Per esempio, ha chiaramente detto Mancuso, per ridurre le emissioni non serve perseguire l’obiettivo di eliminare tutti gli allevamenti intensivi, ma basterebbe ridurli di un quarto. Non rappresenterebbe la rovina di nessuno ma il pianeta ne trarrebbe un vantaggio notevole. Poi è indispensabile che ogni abitante del pianeta pianti, e mantenga in buono stato di salute, centoventi alberi. Cosa che a ben pensarci potrebbe essere molto meno difficile di quello che apparentemente può sembrare.

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