Alla scoperta dello smart working

Il lavoro da casa secondo due giovani correggesi

Sin dall’inizio dell’epidemia di Coronavirus, i telegiornali hanno diffuso con crescente frequenza la locuzione inglese smart working, che possiamo tradurre letteralmente con “lavoro intelligente” o, in modo più concreto, con “lavoro da casa”. Ciò è divenuto realtà per molti
connazionali, in particolar modo per chi svolge mansioni d’ufficio. Ma è giusto etichettare come intelligente la nostra produttività domestica? Per trovare risposte affidabili abbiamo chiesto un riscontro a due giovani correggesi, Alessandro Ligabue e Paola Iotti.

Alessandro ha ventotto anni: dopo il diploma in ragioneria presso l’Istituto Tecnico Einaudi di Correggio ha conseguito prima la laurea triennale in “Marketing e Organizzazione d’impresa” a Reggio Emilia, poi quella magistrale in “Statistica” a Bologna. Lavora da diciotto mesi presso un’azienda di consulenze statistiche a Milano: per ragioni logistiche, il suo ufficio è situato direttamente dal cliente, la società di prestiti Agos.

Quando vi è stato comunicato il passaggio allo smart working?
«Domenica 23 febbraio (due giorni dopo la prima diagnosi di COVID-19 nella vicina Codogno, NdR) Agos ci ha comunicato la decisione, ma ce lo aspettavamo già dal venerdì. La società si era precedentemente attrezzata per il lavoro da casa, quindi abbiamo potuto iniziare da subito».

Come stai vivendo questa esperienza?
«La giornata lavorativa si svolge dalle 9 alle 18, anche se spesso si prolunga fino alle 19. Sicuramente è più ripetitiva e monotona: lo scarso dialogo coi colleghi si fa sentire, non solo da un punto di vista professionale ma anche da quello psicologico. A mio modesto parere la produttività è diminuita, non in modo allarmante ma comunque tangibile. Non che si lavori male, ma i problemi di comunicazioni sono presenti, specie in un’attività di consulenza che di norma avviene faccia a faccia col cliente, traendo un riscontro immediato».

Credi che questo possa essere il futuro delle mansioni impiegatizie? Saresti favorevole a lavorare sempre da casa?
«Potrebbe essere il futuro, ma credo che la sua efficacia sia molto legata al tipo di attività. Non sarei comunque favorevole ad applicarlo su tutta la settimana: lo vedrei come una possibilità da proporre ai dipendenti per due o tre giorni settimanali, in base agli impegni e al settore in cui si opera. A casa mi annoio di più ed alla lunga il lavoro diventa più faticoso».

Paola, al contrario, lavora da casa ormai da molto tempo: è una libera professionista nel settore della grafica pubblicitaria, prevalentemente legata alla moda.

Raccontaci il tuo percorso professionale.
«Dopo essermi diplomata al Liceo Artistico, mi sono iscritta ad un corso di “Communication and Design” presso l’IFOA di Reggio Emilia: questa esperienza mi ha dato le basi dei software di grafica e mi ha garantito un tirocinio semestrale in un’agenzia di comunicazione.
Nell’anno successivo mi sono mantenuta lavorando in un bar, cominciando parallelamente a sviluppare i primi progetti autonomi. Sono riuscita ad entrare in un’altra agenzia, dove ho lavorato per quasi sei anni, ricoprendo infine il ruolo di art director. Quando l’agenzia è fallita, mi sono trovata davanti ad un bivio: cercare un nuovo impiego da dipendente o mettermi in proprio. In quello stesso momento sono rimasta incinta».

Quanto ha influito la gravidanza sulla tua scelta?
«É stata uno stimolo per lavorare da casa: invece che spaventarmi, la gravidanza mi ha fornito la spinta definitiva verso la libera professione. In passato per le donne c’era più disponibilità di impieghi part-time, che aiutavano a coniugare maternità e carriera, ma oggi questo è molto più raro. Non volevo rinunciare a nessuna delle due».

Come hai organizzato il tuo ufficio e la tua giornata lavorativa tipo?
«Al momento la postazione è molto itinerante, anche perché la casa è un cantiere sempre aperto. Lavoro un po’ in salotto, un pò in camera e così via. Se c’è bel tempo, l’ufficio si trasferisce automaticamente all’aria aperta poiché disponiamo di un grande giardino: questo semplifica anche la gestione del bambino, che è libero di giocare in spazi più ampi.
Prima dell’avvento del virus, che ovviamente ha modificato anche la mia routine, portavo il bimbo all’asilo, tornavo a casa e accendevo il pc per mettermi al lavoro, indicativamente dalle 10 alle 12.30, quando uscivo per recuperare il piccolo. Il pomeriggio è sempre dipeso dalla mole di lavoro: se ho molto arretrato, porto mio figlio dai nonni quando si sveglia dal pisolino, così riesco a dedicare tutto il tempo necessario alle incombenze professionali. Se il carico è minore, lo gestisco tranquillamente mentre mi dedico al bambino. Se è possibile, preferisco organizzare il lavoro settimanalmente (a volte anche mensilmente) per tenermi libero il venerdì, così da crearmi un weekend un po’ più lungo che dedico alla famiglia».

Pensi di continuare a lavorare da casa il più a lungo possibile?
«Assolutamente sì. Ogni tanto ho la tentazione di cercare qualche opportunità interessante come dipendente, ma il solo pensiero di rinchiudermi otto ore in ufficio mi angoscia. Personalmente ritengo l’ambiente fondamentale per la riuscita del lavoro: le agenzie di comunicazione hanno compreso questa cosa già da tempo, sono arredate ed illuminate in modo congruo. Lavorare per un’azienda “tradizionale”, in questo momento, mi opprimerebbe: questo è legato anche all’aspetto creativo del mio lavoro, che probabilmente verrebbe castrato nella classica sala riunioni anonima, illuminata da freddi neon. Un po’ di allure è imprescindibile per il mio benessere; il giardino o il salotto di casa mi rassicurano e danno grande slancio alla mia inventiva.
L’indipendenza di orari e di organizzazione che ho costruito sarebbero davvero difficili da abbandonare, e come se non bastasse sto per avere un altro bambino! (ride di una splendida gioia materna, NdR). Il prossimo passo sarà quello di creare a casa un ambiente adatto ad ospitare i clienti o svolgere riunioni, ma che al contempo mi permetta di stare in pigiama se voglio farlo.
Anche mio marito lavora da casa come programmatore informatico: fortunatamente la condizione economica della nostra famiglia è buona, non siamo alle prime armi e non abbiamo la necessità di dedicarci ad un’unica commessa, col rischio di rimanere a piedi se, per qualsiasi motivo, questo rapporto dovesse terminare. Certo, non si può mai sapere cosa la vita abbia in serbo per noi, ma al momento i nostri ritmi di vita sono talmente personalizzati ed autonomi da farci vedere il ritorno al posto fisso come un destino terribile».

Che consigli daresti a chi vuole intraprendere questo percorso?
«Quando si ragiona di mettersi in proprio, il prerequisito fondamentale è essere competenti. Mai partire da zero e credere di poter intraprendere un’attività senza una solida esperienza alle spalle, poiché non si ha alcuna credibilità. Per prima cosa, quindi, consiglierei un’esperienza da dipendente in un settore che attiri il proprio interesse, per formarsi sul campo osservando chi lo fa da tempo e imparando dai propri errori. Dopo qualche anno di lavoro, ricevuta una serie di conferme e costruita una rete di contatti che permetta di gestire la clientela in modo più autonomo, si può valutare di mettere in piedi il proprio business.
Tutt’altro discorso riguarda lo smart working per chi è dipendente: è difficile trovare terreno fertile, ma credo che soprattutto i giovani dovrebbero cercare di segnalare ai propri titolari questa possibilità. La generazione dei nostri genitori (che quasi sempre è anche quella dei datori di lavoro) ci ha “terrorizzato” con l’imposizione delle quaranta ore dal lunedì al venerdì, ma oggigiorno questo è un paradigma superato o superabile. Gli strumenti di comunicazione ci permettono una rapidità ormai paragonabile alla compresenza fisica, e vi assicuro che non si genererebbe alcun impatto negativo sulla produttività. Io ho moltissimi collaboratori, sparsi ovunque: tramite Skype o Whatsapp abbiamo la possibilità di discutere dei progetti in qualsiasi momento, fine settimana inclusi. Penso a chi vive e lavora nelle grandi città, gettando alle ortiche ore preziose nel traffico o nei mezzi pubblici stracolmi: immaginate l’impatto benefico che avrebbe lavorare da casa sul loro lavoro e sul loro benessere».

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