Alicia e il paese delle meraviglie

Lini 910: da Canolo a New York con un vino da Expo

Alicia si “concede” per il tempo di una bella chiacchierata e poi via, se ne va per volare nel Paese delle meraviglie, gli Stati Uniti, dove si fermerà una settimana per i suoi contatti commerciali.

Alicia è Alicia Lini, marketing manager della LINI 910, brand commerciale della Lini Oreste e figli.

Siamo con lei a Canolo, nella storica cantina, che con la sua imponente mole è il vertice-castello del triangolo che ha nella chiesa e nel camposanto gli altri due. È il santuario di nostra signora “Labrusca”, la cui festa annuale vantava un seguito popolare maggiore della mitica sagra di San Paolo. Vorremmo carpire il segreto del successo di questa bella azienda di famiglia, che da questo castello delle bollicine sforna (scantina?) le primizie liquide che manda in giro per il mondo.

Alicia ed il cugino Alberto, operativo in azienda accanto a lei, sono i pronipoti di Oreste, colui che 105 anni fa, qui a Canolo, decise di vinificare da sé. L’illustre bisnonno fece anche undici figli. Il vino, si sa, fa buon sangue. Poi, buon sangue non mente.

«Con la terza generazione, che ha preso le redini dell’azienda a metà degli anni novanta, la Cantina di Lini si è buttata a capofitto nel mondo.

Il mercato si globalizzava. Gli ozi di Canolo e del mercato domestico ci avrebbero… imbottigliato per sempre.

I Lini hanno viaggiato, costruito nuovi contatti commerciali, investito sull’export e caratterizzato una loro eno-distintività con scelte forti di innovazione e di qualità» mi dice Alicia.

Mi spiega anche che sono i tre titolari, componenti il CdA della Lini Oreste di oggi, coloro che stapparono questa nuova energia: la zia Anita (amministratore delegato dell’azienda), lo zio Massimo e il papà Fabio (entrambi enologi).

Adesso i viaggi, le relazioni, i contatti toccano a lei, Alicia.

Con Alberto, Alicia rappresenta, dunque, la quarta generazione della gens dei Lini da Canolo. Nel DNA una passione immutata per l’antica vocazione enologica.

Il cugino Alberto vanta una laurea in giurisprudenza. Lei, Alicia, in economia e management, conseguita nel Regno Unito.
L’inglese fluente, appreso e praticato oltremanica, è il suo primo pass per le sue missioni oltreoceano.
Si aggiunge poi l’appartenenza alla net-generation, quella digitale, con le sue opportunità.

E poi, ancora, una bella presenza, affabile, confidenziale, con competenza maturata sul campo, che va dai dettagli tecnici dell’ars vinificandi agli usi e costumi del consumatore americano. Il talento c’è e si vede.

Ma parliamo dei successi della nostra bella cantina.

«Il riconoscimento ottenuto recentemente da “Wine Spectator” la più prestigiosa rivista enologica al mondo, che colloca il lambrusco millesimato di Lini tra i primi 100 vini italiani di pregio, ci ha dato un grande entusiasmo. WS è la Bibbia del vino ed è assolutamente meritocratica. Siamo quindi ambasciatori certificati del miglior vanto del vino italiano.

E questo avviene nel momento in cui gli Stati Uniti diventano il maggior consumatore di vino al mondo e l’Italia è il suo principale fornitore, grazie ad un export, che nell’intero comparto agroalimentare è al primo posto» mi spiega Alicia.

«Dietro questo risultato c’è un impegno secolare della Lini per la qualità» aggiunge Alicia. «Abbiamo lavorato su un lambrusco che era percepito come prodotto omologato e banalizzato. Un vino veloce, poco impegnativo. E ne abbiamo trasformato le caratteristiche.

La stampa americana oggi dice: «non è il lambrusco della vostra nonna» riconoscendone lo stacco, il salto conseguito. Noi per primi abbiamo sperimentato il lambrusco vinificato con il metodo classico, ottenendo un prodotto insieme rustico e chic, con un’operazione enologica lunga, difficile e delicata. È stata una scelta pionieristica e coraggiosa, ad alto rischio. Ma ha pagato. E oggi con il Lini 910 si sbicchiera in più di trecento punti di vendita nei soli Stati Uniti. Ad esempio, nella Grande Mela, trovi un Lini nel caffè del MoMA, come nella pizzeria di Brooklin a conduzione familiare. Siamo poi presenti nelle grandi piazze del mondo: Cina, Australia, Brasile, Canada».

Mi sento come un timido wine spectator delle meraviglie canolesi e chiedo: quale il segreto?
«Oggi è importante il “vestito” del vino: forma della bottiglia, colore, etichetta, comunicazione.
Ma se sotto il vestito non c’è niente, tanti saluti. È il contenuto che fa il successo.
“Il grande lavoro è sempre dentro” dice spesso mio padre, Fabio, l’enologo. Guai a dimenticarlo. Oggi il consumatore cerca la verità.

E per durare cent’anni e passa, come sta capitando a noi, bisogna essere veri» mi dice Alicia.

Del resto, in vino veritas, dicevano i latini. Insomma, sarà pure un mondo frizzante, ma paga la sobrietà.

E poi?
«Siamo una famiglia che si vuole bene.
Tiriamo pari, ognuno nei suoi ruoli, ma con grande intesa e concordia tra di noi» confessa Alicia.

E la famiglia italiana che organizza l’EXPO?
La generazione di Renzi, che porta ad Obama il nostro nettare degli dei in bottiglia, come anticipo dell’esposizione universale dedicata al cibo, sarà finalmente quella che conquisterà il mondo?
Chiedo.
«Il vino italiano ha fatto passi da gigante e merita il posto di primo piano che nel mondo del food ha già conquistato. L’EXPO può essere la molla che fa scattare un po’ di quell’orgoglio-Paese che spesso, in giro per il mondo, vedo ancora in difetto.

Quando parli di champagne, con i colleghi transalpini, tu senti che la premessa è il “vive la France”. A casa nostra il “viva l’Italia” si sente meno.
C’è prima il campanile, aziendale o locale che sia.
Speriamo davvero che l’EXPO ci dia quel plus di armonia della grande famiglia italiana che fa bene ai nostri prodotti» sono le parole di Alicia.

Grazie, saluti, e arrivederci a Milano, allora.

Esco e mi scappa un’occhiata al campanile di Canolo. E con lui il pensiero va ai tanti meravigliosi campanili d’Italia: risorsa o problema? Fermento o tappo?
La risposta non compete certo agli enologi. Però diciamolo: è l’Italia il Paese delle meraviglie.

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