“Al dutor” : il medico tra scienza e credenza

Al dutor

“Al dutor” : il medico tra scienza e credenza

Negli anni passati le conoscenze mediche erano molto limitate e le cure disponibili erano poco efficaci. I dottori depositari di quel “poco sapere” si districavano in un mondo per molti versi sconosciuto all’interno di territori in cui erano radicate antiche credenze.
Un tempo, non potendo diagnosticare con strumenti sofisticati le malattie si moriva di “mali” inevitabili e misteriosi.

De v’cera /Di vecchiaia.
D’un brut mel /Di un brutto male.
D’un cancher /Di cancro.

I medici erano persone autorevoli e godevano della stima e del rispetto delle comunità.
Più che un mestiere, la loro era una missione che esercitavano con passione e sacrificio venendo spesso pagati in natura.
Nella cultura popolare però, più che le loro innegabili qualità, vengono ricordate nelle filastrocche e nei racconti i loro limiti, le loro mancanze…

Brev cme al dutor Gunsega / Bravo come il dottor Gonzaga
ch’al ciapeva al bus dal cul / che scambiava il buco del culo
per una piega. / per una piaga.
L’è come al dutor Tacan / È come il dottor Taccani
ch’al feva guarir i san / che faceva guarire i sani
mo cun i malè / ma con i malati
l’era un po’ intrighè. / era un po’ intrigato.

L’è cme al dutor Balansoun / È come il dottor Balanzone
a n’fa guarir nisoun. / Che non fa guarire nessuno.

Il desiderio di ogni malato è quello di avere un medico competente e scrupoloso che, dopo accurate visite o approfonditi esami, prescrive le necessarie medicine. Quando questo non avviene si dice:

L’è gnan boun / Non è nemmeno capace
per un cal./ di togliere un callo.

È convinzione comune che il male arrivi improvvisamente e poi serva molto tempo per farlo passare e quindi sia necessario un intervento tempestivo.

Al mel al riva in carosa / Il male arriva in carrozza
e al va via a pe. / e se ne va a piedi.

Se invece il dottore tentenna e non affronta decisamente il male prendendo le necessarie contromisure si dice:

Al dutor pietos / Il dottore pietoso (che indugia)
al fa dvinter al mel cancheros. / fa diventare il male
canceroso (mortale).

L’avanzare dell’età comporta inevitabilmente un progressivo deperimento del corpo umano e la comparsa di malattie.
Dop la sinquanteina / Dopo la cinquantina
un mel ogni mateina. / un male ogni mattina.

Il mestiere del medico, a questo punto, diventa difficile e a volte impossibile.

Un dutor ch’al cura un vec / Un dottore che cura un vecchio
l’è cme un avuchet / è come un avvocato
ch’al cura un falimeint./ che cura un fallimento.

In molti casi, più di ogni cura e di qualsiasi bravo dottore è importante il morale dell’ammalato e la sua voglia di guarire. In talune situazioni si assiste ad un repentino miglioramento.

In di de ed festa/ Nei giorni di festa
Tut i male i leven la cresta. / tutti i malati alzano la cresta

In realtà, se si può fare a meno dei dottori, tutti sono più contenti. Sulla prevenzione nel tempo si sono radicate diverse convinzioni, alcune facili da comprendere, altre di più dubbia efficacia.

Ripos e boun umor / Riposo e buon umore
j guaresen / guariscono
più ed seint dutor / più di cento dottori.

Chi vol veder al dutor / Chi vuol vedere il dottore
sol da la fnestra / solamente dalla finestra
al beva al vein/ beva il vino
prema ed la mnestra / prima della minestra.

Chi magna un pom tut i dè / Chi mangia una mela tutti i giorni
al tos via al dutor dedlè. / si toglie il medico dai dintorni.

C’era chi faceva una vita molto riguardata con rigorose diete alimentari e restrizioni di ogni tipo, negandosi i piaceri della tavola e chi invece accettava come ineluttabile la fine e non riteneva opportuno condurre una vita di privazioni.

An s’pol mia viver da malè / Non si può vivere da malati
e murir san / e morire sani
ed quel bisogna murir./ di un qualche motivo bisogna morire.

Si utilizzavano “rimedi naturali” che erano prevalentemente oli e misture.
Giulio Taparelli raccontava di un ambulante “Al Muntanarol” che tutti i mercoledì teneva un banco in piazza a Correggio sul quale poneva: una gabbia con dentro una marmotta (animale sconosciuto nella bassa) e delle bottigliette di oli curativi. Per richiamare l’attenzione emetteva degli strani fischi ai quali probabilmente la marmotta rispondeva generando lo stupore collettivo.

A gh’è un oli per tut i mel./ Per ogni male c’è un olio
capace di guarirlo.

Questi unguenti erano ottenuti con formule originali sulla cui efficacia si nutrivano, già allora, molti dubbi.

Me peder e me medra / Mio padre e mia madre
j gh’iven la rogna / avevano la rogna
e j’andeven a Bulogna/ e andavano a Bologna
a fersla grater / a farsela grattare
e po’ j gh’unsiven/ e poi ci ungevano
cun d’l’oli d’urtiga / con dell’olio di ortica
ch’l’è un oli ch’al psiga / che è un olio che pizzica
ch’al fa stranuder./ e fa starnutire.
Ne La fola ch’an n’è ver una parola (la favola nella quale non è vera una parola) viene fornita la ricetta per un unguento miracoloso del dottor Balanzone.
A tulì dla grasa ed muschin/ Prendete del grasso di moscerino
dal ton ed campana/ del tono di campana
e dla rumela ed cadnas / del nocciolo di catenaccio
e po’ fe un misculi…/ e poi fate un amalgama…
a gh’unsì e po’ a vedrì/ ungete e poi vedrete
che dedchè a seint an a guarì./ che entro cento anni guarirete

A fianco dei dottori operavano guaritori di ogni genere e specie depositari di antiche pratiche tramandate da una generazione all’altra o semplicemente praticoni-truffatori che speculavano sulla credulità delle persone. Molto diffuso era il ricorso alle guaritrici: Al Veci (le vecchie).

Al veci ch’j sgneven. / Le vecchie che segnavano.

Queste vecchie normalmente scaldavano acqua in particolari pentolini e poi bagnavano la parte malata facendo segni, di solito croci, sulla parte malata (storte, sfogo di Sant’Antonio…) e recitavano formule rituali.

Soprattutto per i mali d’amore venivano preparati filtri capaci di far innamorare o di dividere le persone. Erano molto diffusi anche i filtri di odio che gettavano “malie” sulle persone avverse.
Si riteneva che fosse necessario ricorrere urgentemente alle cure di queste vecchie perché per guarire sarebbero serviti tanti giorni quanti ne erano passati tra l’insorgere del male e la segnatura. Non era richiesto un compenso, ma il malato lasciava un’offerta per ringraziare e per assicurarsi l’efficacia del rito.

Concludo ricordando che un tempo uno dei giochi più affascinanti e misteriosi per i bambini era “il gioco del dottore”.
Al di là dell’indubbio fascino per la figura del dottore, l’interesse derivava da altre motivazioni.
In anni in cui i costumi erano castigati, non esisteva educazione sessuale e le occasioni di conoscere i segreti del corpo umano dell’altro sesso erano rare. Il gioco soddisfaceva questa morbosa curiosità.
Il presupposto necessario per praticarlo erano la condivisione e la complicità.
Il dottore chiedeva all’ammalato dove aveva il male e poi esplorava i luoghi indicati con accuratezza e bramosia per trovare le necessarie risposte…

Luciano Pantaleoni

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