Al dievel,o meglio Germano, uno di noi

Cent’anni di rettitudine, per ricordare Nicolini

Il 26 aprile scorso al Centro Sociale 25 Aprile è stato presentato il libro su Germano Nicolini “Cent’anni di rettitudine. La storia del Comandante Diavolo e del processo don Pessina” (Gaspari editore), scritto dal figlio Fausto e dallo storico Massimo Storchi. A Davide Folloni, ricercatore e conduttore dell’incontro, promosso da Istoreco e dalla Libreria Ligabue, abbiamo chiesto un suo ricordo di Germano e un commento della serata.

Le sopracciglia. Inflessibili, bianche e spettinate, a volte torve, a guardarti da là in alto. Io sono un metro e settantatré, c’è poco da ridere, lui era molto più alto. La bicicletta. Il suo modo di sedersi, ma anche di stare in piedi di fronte ad una platea venuta per ascoltarlo. Il modo di gesticolare con le mani. Anche con alcuni appunti in mano, scritti a mano, che in quella mano, in bella copia, si muovono e sventolano. Vuoi mai che si rischi di scordarsi qualcosa. Non c’è bisogno della retorica delle grandi occasioni. Non c’è bisogno di sostantivi altisonanti: eroe. Non c’è bisogno di aggettivi superlativi: il migliore. Basta il suo nome: Germano.

Basta quel nome, e se abiti nella bassa pianura reggiana senti vibrare qualcosa. E quella vibrazione ha più significato di qualsiasi cosa si possa scrivere. A tutti, qui dalle nostre parti, piace ricordarlo con il suo nome di battaglia, un nome di battaglia che gli è rimasto appresso per tutta la vita, anche se non è stato l’unico, ma certamente l’ultimo: Diavolo. Al Dievel (ci teniamo noi reggiani che sia indicato in dialetto). Ma io credo che Germano gli si addica di più. “Germano” racconta di cent’anni di vita. “Il Diavolo” solamente di alcuni. Intensi. Drammatici. Colmi di storia fino a tracimare e a scivolarci tra le dita, con il rischio di non riuscire a coglierne tutti i significati, di perderne dei pezzi. Anche importanti. Al Dievel ci riporta alla guerra, alla lotta partigiana, alla resistenza. Ci conduce in un momento della nostra storia ormai non più così recente, che inevitabilmente frappone un muro fra noi e lui. Fra quello che è stato e quello che noi non potremo essere. A quel punto si tratta di tramandare memoria, fare analisi storica, dare vita a commemorazioni sempre più sfasate rispetto alla nostra quotidianità, e di più difficile lettura.

Germano invece non porta a commemorazioni. Germano, come nome comune, può essere nostro padre, nostro nonno. Siamo noi come esseri umani che nasciamo in un punto della storia e moriamo in un punto successivo. Quel percorso lo dobbiamo tracciare noi, per forza. Non si può farne a meno. Ed è quando ci si rende conto che noi siamo come Germano e Germano è come noi, due mani, due piedi, i copertoni della bicicletta che scorrono sull’asfalto di Correggio, che quelle sopracciglia ci guardano con più tensione e le sentiamo puntate su di noi come fosse il giorno dell’esame di maturità. È in quell’esatto momento che sentiamo di non poter sfuggire alla parola che campeggia nel titolo di questo libro uscito sulla sua storia: rettitudine. “Cento anni di rettitudine La storia del Comandante Diavolo e del processo don Pessina”, scritto da Fausto Nicolini e Massimo Storchi.

Rettitudine dicevamo. Maledetta enciclopedia Treccani che ci ricorda, testuale: L’essere retto in senso morale e intellettuale come probità e onestà, lealtà e sicurezza nel giudicare, coerenza nell’agire in conformità della legge morale. Mamma mia. Per cento anni. E allora se noi siamo Germano, ci viene una domanda. Siamo capaci? Attento alla risposta: quelle sopracciglia ti guardano, si increspano e lo sanno se sei sincero. Siamo capaci? Di essere retti per cent’anni, anche di arrivarci, ma soprattutto retti? Siamo capaci? Mi sa di no. E qui alla prima presentazione del libro, nella nostra Correggio, c’erano più di duecento persone ad ascoltare Massimo Storchi e Frediano Sessi parlarci di lui, della sua storia. Vi serve la sua storia? Guardate, sul sito dell’Anpi è riassunta bene.

“L’8 settembre 1943 è a Roma. Catturato dai tedeschi, si sottrae alla deportazione con una fuga, tanto temeraria quanto miracolosa. Tornato in Emilia, si dà alla macchia ed organizza la Resistenza armata, diventando Comandante del terzo battaglione della Brigata “Fratelli Manfredi”. Dopo la Liberazione, all’età di ventisette anni, viene eletto sindaco di Correggio. Si distingue per l’impegno verso il disagio della popolazione più bisognosa e particolarmente degli ex combattenti. Il 18 giugno 1946 viene assassinato don Umberto Pessina; dopo otto mesi l’accusa infamante: lo si vuole, a tutti i costi, colpevole del delitto, prima come esecutore materiale e poi come mandante. Viene arrestato il 13 marzo 1947; la Corte d’Assise di Perugia lo condanna a ventidue anni di carcere: ne sconta dieci, per sopravvenuto indulto a favore di ex appartenenti alle formazioni partigiane. Per quasi mezzo secolo chiede, inascoltato, che lo si aiuti per la revisione del processo. Eloquente, al riguardo, il titolo del suo voluminoso libro-memoriale, “Nessuno vuole la verità”. Poi la confessione dei veri colpevoli (settembre 1991) e la loro condanna (1993). Finalmente la revisione del processo: la Corte di Appello di Perugia, in data 8 giugno 1994, lo assolve con formula piena. Riacquista tutti i diritti e gli viene riconsegnata la Medaglia d’Argento; in chiusura della motivazione si legge: “considerato uno dei migliori combattenti della Resistenza reggiana”.

C’è tutto? No, non credo. Non c’è Germano. Non c’è il Germano bambino che immagino anche lui piangere per un ginocchio sbucciato, non c’è il Germano adolescente che immagino essersi innamorato per la prima volta, non c’è il Germano nonno a comprare il gelato ad un nipote. C’è al Dievel. Quello sì. Ma la sua rettitudine, che ha consegnato a tutti noi, non è in quegli anni, o almeno non solo. È nella sua storia. Una storia che racconta di coerenza, passione, resistenza, forza, gentilezza, compassione e determinazione. E di tanto altro. Dal 26 Novembre 1919 al 24 Ottobre 2020. Queste cose sono in parte emerse grazie alla biografia curata da Massimo Storchi (ex direttore del polo archivistico del Comune di Reggio) e dai ricordi di Frediano Sessi (docente universitario, scrittore e curatore editoriale per varie testate): emergono all’interno del libro stesso, che vi consiglio di acquistare. Ma sono emerse soprattutto dalla platea, che per chi era del posto sa essere stata tutta quanta influenzata dal Germano uomo, prima, durante e dopo la guerra di liberazione. E il più grande insegnamento che credo Germano ci abbia portato, a noi che non abbiamo fatto parte della sua famiglia ristretta, è stato il suo essere Germano lungo tutto l’arco della sua vita. E grazie a questa sua coerenza, guarda un po’, continuare ad essere, per noi, ancora un esempio. Non è da tutti.

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