Al circolo tennis il lavoro come fonte di integrazione

I progetti di Anfass Correggio a supporto della disabilità

L’Esame di Stato al termine della scuola superiore è il grande appuntamento che segna il passaggio dall’età in cui gli altri scelgono per te al momento in cui si diventa responsabili del proprio futuro. Ma non per tutti è così: per i ragazzi e le ragazze che sono più in difficoltà di altri, la parola “futuro” che la Maturità porta con sé è accompagnata da un grande punto interrogativo. Terminato il percorso scolastico, che struttura le loro giornate e permette loro di vivere quotidianamente al fianco dei loro coetanei, spesso i ragazzi e le ragazze con disabilità sembrano quasi svanire nel nulla, in una nebbia difficile da notare per chi non condivide con loro la stessa condizione.

A Correggio, negli ultimi anni, Anffas si fa presente in questo cammino incerto verso l’età adulta cercando di accompagnare le persone con disabilità e le loro famiglie grazie al progetto “Lavoriamoci”.

Nato nel 2015 in via sperimentale per tre ragazze con disabilità, negli anni si è via via strutturato grazie alla collaborazione con il Servizio Sociale Integrato e il Convitto Nazionale “R. Corso”.

Ce lo illustra Claudia Guidetti, presidente di Anffas Correggio “Associazione di famiglie e di persone con disabilità intellettive e/o relazionali”, presente a Correggio dal 1990.

 

Claudia, qual è l’obiettivo del progetto “Lavoriamoci”?

«La finalità è quella di mantenere e sviluppare le competenze personali dei ragazzi disabili che escono dalle superiori e non trovano sbocchi lavorativi.

Abbiamo iniziato con ex studenti, educatori e spazi legati al Convitto “Corso”: prima uno, poi due pomeriggi settimanali presso l’azienda agraria dell’Istituto Professionale di Correggio. La condizione ottimale in cui iniziare: i ragazzi conoscevano già l’ambiente e gli educatori, ed anche le attività proposte erano in linea con le competenze già acquisite durante gli anni della scuola superiore».

 

A che punto è il progetto oggi?

«Oggi siamo ad una fase che potremmo definire “Lavoriamoci 2.0”: dallo scorso Settembre abbiamo cambiato sede e dall’azienda agraria, che rimane per i progetti estivi, siamo passati al Circolo Tennis. Qui disponiamo di un laboratorio culinario e una sala dove i ragazzi possono esercitarsi, sia in una cucina attrezzata sia nelle varie dinamiche legate alla sala ristorante».

 

Sappiamo un po’ di come è nato il progetto, ci hai illustrato la situazione attuale, ma quali sono le prospettive future?

«Per ora tutte le attività che abbiamo strutturato sono a nostro “uso e consumo” interno, ma sicuramente il nostro obiettivo è quello di arrivare in futuro ad una gestione condivisa del bar, del ristorante, dei campi, individuando quegli incarichi che possono essere portati avanti dai ragazzi valorizzando le loro capacità. Certo è un traguardo impegnativo e ci teniamo a prenderci il nostro tempo per arrivarci attraverso un graduale percorso in cui accompagnare i ragazzi a prendere coscienza delle varie dinamiche lavorative a cui si va incontro: il senso di responsabilità, la capacità di lavorare in gruppo, con costanza ed efficacia.

Sotto questo punto di vista, ci aiuta molto la possibilità di essere presenti al “Temporary Store”, spazio in centro a Correggio concesso gratuitamente dall’amministrazione comunale alle associazioni di carattere sociale. Questa sede ci dà visibilità ma soprattutto porta diverse richieste durante il periodo natalizio per il confezionamento di ceste di Natale ed altri lavoretti, che aiutano i ragazzi ad entrare in un’ottica lavorativa».

 

Quante sono le persone coinvolte al momento nel progetto?

«“Lavoriamoci” accoglie 15 ragazzi, correggesi e non, con difficoltà diverse; è sostenuto dal lavoro generoso e dedicato di 2 educatrici e 2 educatori, un responsabile…e non manca il contributo dei volontari (molto spesso famigliari dei ragazzi)! Ci stiamo strutturando sempre più – contingentemente alla riforma del terzo settore – anche perché sul territorio non ci sono offerte che possano accogliere tutte le richieste».

 

In che senso? Qual è l’offerta del territorio rispetto a questa fascia d’età?

«Purtroppo al momento non ci sono abbastanza proposte che possano soddisfare le diverse necessità: penso che questo derivi anche da un cambiamento nell’approccio alla condizione di difficoltà dei ragazzi. Penso si stia andando oltre un’ottica assistenzialista, cercando di riconoscere nelle persone con disabilità innanzitutto la dignità e le abilità personali. Servono quindi risposte molto diversificate e personalizzate che non possono essere certo gestite da un unico ente. Proprio per questo credo che sia sempre più indispensabile lavorare insieme, in rete, in relazione per sostenersi a vicenda, per realizzare sempre più una vera inclusione ed evitare situazioni ghetto che non fanno il vero bene dei ragazzi e delle famiglie».

 

A proposito di famiglie, nei vostri progetti come vi rapportate ai genitori e ai parenti dei ragazzi?

«Mi piace definire Anffas come “una famiglia di famiglie”: i genitori dei ragazzi con disabilità sono i primi ad avere bisogno di sostegno. Il percorso di accettazione della condizione del proprio figlio è una strada in salita, ancora più difficile da percorrere se si è da soli, ed è piena di momenti di sconforto. Può veramente fare la differenza avere la possibilità di confrontarsi con qualcuno che si trova nella stessa condizione, che ti aiuta a vedere e a seguire anche un po’ di luce. Senza contare le varie difficoltà che possono sorgere: se un genitore si ammala il pensiero è sempre “se io non ci sono, chi seguirà mio figlio?”. Come associazione cerchiamo di essere presenti per le famiglie dei ragazzi per sostenerci a vicenda ed evitare che ci si isoli, magari rinchiudendosi a casa su internet, inseguendo viaggi della speranza che si rilevano spesso fonte di delusione.

È di grande aiuto in questo senso la nostra presenza al “Temporary Store” in Corso Mazzini: oltre a promuovere i nostri prodotti e le nostre attività, abbiamo la possibilità di interfacciarci con famiglie che non ci conoscono. È insomma un punto informativo dove si può poi prendere un appuntamento per conoscersi meglio, per parlare sapendo di essere ascoltati con empatia e discrezione e camminare insieme».

 

Che bella questa realtà correggese! Che bello sapere che nella nostra città esistono persone che lavorano e ce la mettono tutta per strappare da una nebbia di incertezza tanti nostri concittadini e le loro famiglie, credendo fermamente che – come ribadisce Claudia – “insieme si può”!

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