Al bulo ed la véla

Il bullo di paese

Il termine bullo pare che derivi da un’antica parola tedesca, Buhle, che significa «amante, amato».
Al bulo ed la véla proprio questo desiderava essere, amante (di molte donne) e amato, stimato dai componenti della comunità. Era uno che ci sapeva fare, era abile nei rapporti e, pur non essendo per niente raffinato, aveva un suo fascino. Era un tipo sgaggio, che aveva parlantina e si compiaceva narrando le sue gesta. I modi eccessivi spesso lo portavano a trasformarsi in un imbonitore, un fanfarone e gradasso. Vestiva alla moda, seppur campagnola, e faceva abbondante uso di brillantina.
Ne abbiamo un’efficace rappresentazione nella canzone Il Bello di Francesco Guccini.

«Bello, col vestito della festa, con la brillantina in testa.
Bello, con le scarpe di coppale, con l’andata un po’ per male, ed in bocca il riso amar…
Le donne treman quando monto la Gilera, fremono aspettando alla balera,
muoion spasimando nell’attesa che ad un mio cenno d’intesa,
io le stringa nel casché.
Modestamente olé.
Poi mi decido e avanzo tra la folla, lalala, e con un fischio invito la più bella, lalala,
lei mi stramazza sulla spalla, poverina, quell’odor di brillantina è il profumo dell’amor…
Bello con la mossa, olé, dell’anca, bello mentre turbina la danza,
bello con lo sguardo vellutato ed il labbro corrucciato e la voluttà nel cor.
Oh, la stringo forte in una spastica carezza e nello spasimo una costola si spezza,
ma che m’importa, poiché son quasi un mito questo è il minimo tributo
che una donna pagare dè.
Sono fatale: olé.»
Come si può facilmente comprendere anche da queste poche righe “al bulo ed na volta” non ha comunque niente da spartire con il fenomeno del bullismo odierno. Nei suoi modi non c’era violenza e non c’era sopraffazione.

TERRE DI CONQUISTA
Le balere, costruite ai bordi del paese con delle assi e con un tendone, erano il suo palcoscenico privilegiato. Al bulo metteva in opera tutte le sue tecniche di conquista. Con modi sdolcinati e un italiano da strapazzo chiedeva da ballare alla ragazza seduta di fianco alla vecia e con lei intesseva un primo dialogo.

– Hai!
– Cos’hai?
– Son ferito…
– Dove?
– Nel mio cuore, perché vorrei ballare con il mio amore.

Finita la stagione delle balere e iniziata quella delle discoteche, sono sparite le vecchie ma il rito non è cambiato: le ragazze se ne stavano sedute sulle poltroncine e i ragazzi in processione passavano per chiedere di ballare.
Si facevano cinque lenti e cinque sceich. I lenti si ballavano con piccoli movimenti circolari, sempre sulla stessa mattonella, stringendo il più possibile, fino a soffocare, la ragazza.
Questo contatto dei corpi produceva risultati facilmente immaginabili, che al bulo riassumeva in poche parole:
A m’è gnu un lavor ados… chl’um punteva sota a la basleta.
Mi è venuta un’eccitazione… che mi puntava sotto al mento.

Le ragazze si concedevano al ballo solamente quando avevano un interesse per il giovane e quindi le risposte erano quasi sempre «no!». I ragazzi accettavano questa condizione come un amaro destino e si sottoponevano a innumerevoli dinieghi e umiliazioni. Al bulo no. Dopo aver informato tutti gli amici della sua intenzione di richiedere un ballo alla ragazza più bella ed altezzosa, si avvicinava e con dolcezza le chiedeva:

– Occupata?
– Si! (con fare sprezzante)
– Allora… cambio cesso!

AMAVA NARRARE LE SUE GESTA
Attraverso il racconto delle sue avventure e della sua visione del mondo, al bulo rendeva pubblica la sua grandezza e si poteva compiacere di avere un pubblico di ammiratori che ascoltandolo vivevano esperienze e situazioni che altrimenti mai avrebbero conosciuto nella loro vita.

Le donne le suddivideva in alcune grandi categorie e per ognuna di queste aveva strategie di approccio e di conquista.

Giovani e inesperte.
Jin san gnan d’avergla. Non sanno nemmeno d’averla.

Ragazze timorate e pie.
Le figlie di Maria son le prime a darla via.

Donne superbe.
J creden d’avergla sol lor. Credono di averla solo loro.

Donne vanitose.
J creden d’avergla d’or. Credono di averla d’oro.

Donne navigate.
J san in du metrel e sa feren. Sanno dove metterlo e cosa farne.

Era un uomo aperto alla modernità, sempre pronto a vivere nuove esperienze e affascinato dalla sperimentazione di nuove pratiche sessuali. Si narra che quando sono apparsi i primi profilattici a effetto ritardante fosse riuscito ad averne una confezione. Il giorno dopo, in bar, il racconto fu esilarante:
A m’al sun mes / Me lo sono messo
e po’ via ch’a sun ande, / e poi sono andato,
dop d’un po’ a m’pariva / dopo un po’ mi sembrava
ch’a m’tiresa un crep. / che mi tirasse un infarto.
A sgugneva, a sgugneva… / Pedalavo, pedalavo…
che Gimondi l’era n’esen / che Gimondi era un asino
in cunfrunt a me, / in confronto a me,
mo a s’riveva mai ed cò. / ma non ci arrivavo mai in fondo.
A un cert punt / Ad un certo punto
a mal sun cave / mi sono tolto tutto
e po’ a sun andè a l’antiga… / e poi sono andato all’antica…
tut un’eter gust! / tutto un altro gusto!

FANFARONE E GRADASSO
Al bulo amava narrare le sue avance nei confronti delle ragazze, spesso condite di volgari giochi di parole:

Mo, che du be ucin azurein ch’a gh’i… /
Ma, che due begl’ occhi azzurri che avete…
Vriv fer cambi cun i me du… maroun! /
Volete far cambio con i miei due… marroni!

Quando poi il bullo se ne andava, gli altri rimanevano senza parole, “a boca avirta”, di fronte a quello che era stato raccontato. Dopo un primo momento di smarrimento cercavano poi di soppesare gli avvenimenti e di riportarli alla dimensione reale delle cose.

Quand al dis un lavor
bisogna deregh a mes, e pò a mes incora…
Quando racconta una cosa
bisogna dargli a mezzo, e poi a mezzo ancora…

A quel punto qualcuno si divertiva a farne la caricatura.

Quand na dona / Quando una donna
la vin a let megh, / viene a letto con me,
a voi ch’la piansa, / voglio che pianga,
a voi ch’la sangouna… / voglio che sanguini…
a gh’sches i di / le schiaccio le dita
dames a l’altera! / con la testiera del letto!

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