Ah, le bugie di una volta

“Le bugie hanno le gambe corte” diceva mammà quando portavo, appunto, le braghe corte. Voleva dire che mi aveva scoperto. Fatto che avveniva regolarmente, e che finii per riconoscere come regola di natura, diciamo così. La stessa massima poi l’ho trovata riferita da tanti tromboni compagni della mia infanzia: suor Bartolomea, nonna Papera, il Grillo parlante, il maestro del libro Cuore (caro Johnny Dorelli). Bugia dunque come sollievo momentaneo, in vista del successivo, inevitabile, sbugiardamento.

Trattandosi poi di marachelle, sbugiardare è parola troppo grossa, che richiama quasi un atto divino, a punire il mentitore, con vergogna e pubblica esecrazione. Insomma ben altri livelli, vedi ad esempio il caso Clinton/Lewinsky. Quando il presidente, braccato da un oscuro procuratore (“Spergiuro, hai mentito al Paese!”), fu costretto ad una umiliante mea culpa, a reti unificate. Altri tempi? Erano giusto vent’anni fa. Un fatto del genere, capitasse adesso, e col presidente di adesso … sarebbe lui a raccontarlo.

Oggi il bugiardo vede aprirsi davanti ampie praterie. Se personaggio pubblico, predilige l’uso dei Twitter, dove gioca in casa perché lì stanno i suoi fedelissimi. Lo spazio per una replica in teoria ci sarebbe, ma non la legge nessuno. Unica difesa resta la querela… e quindi buonasera.

Più spazio per sbugiardare il mentitore ci sarebbe in un talk show. Ma appena l’interlocutore apre bocca, il bugiardo la butta subito in caciara: interrompe, cita fatti che non c’entrano nulla (voi che avete bombardato la Serbia/il problema è un altro/è finita la pacchia), chiama in soccorso i numeri, che un dato Istat favorevole c’è sempre.

In verità, grande è il vantaggio della bugia: è semplice, diretta, si fissa bene nella zucca del popolo bue. La verità è sempre più complicata e deve essere ben spiegata per scalzare la bugia da dove stava. Mica facile, perché a tirarla per le lunghe interviene la soglia di attenzione, grande alleato del mentitore (N.B: gira voce che la soglia di Trump sia di tre minuti tre).

Si ricordi quando Berlusconi finiva in tribunale e risolveva con la prescrizione. Coro di stampa e tv amiche: assolto, innocente, libero dalle accuse, fine di un incubo. È una bugia, ma bisognava spiegare che si prescrive un reato, non si prescrive l’innocenza. Quindi prima devi risultare colpevole e poi becchi la prescrizione. Non è neanche un ragionamento complicato, ma quando ci arrivi in fondo, l’attenzione è già volata altrove… Ronaldo, l’Eredità, il delitto di Garlasco.

E se alla fine il bugiardo fosse obbligato a rispondere? Negherà, negherà sempre. Vedi Trump (“io al riscaldamento globale non ci credo”). Parente stretto del mussoliniano “me ne frego”.

Infine, potrebbe lo stesso bugiardo confessare la bugia? Storicamente, un caso c’è stato. Quando Blair ha riconosciuto – dopo anni – che in Iraq le armi di distruzione di massa non c’erano: era stato male informato. Un po’ abbacchiato, ha chiesto scusa per l’invasione. Qualche conseguenza? Nessuna.

E quindi? E quindi niente, come quei film col “finale sospeso”, quando lo sceneggiatore non sa come cavar fuori il protagonista dai casini dove lui stesso lo ha cacciato. E lo lascia seduto su una panchina, mentre passano i titoli di coda. Idem per questo pezzo, finale sospeso.

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