A scuola di inclusione

A scuola di inclusione

Un’analisi sugli alunni con disturbi di apprendimento

Negli ultimi anni si è molto discusso dell’aumento considerevole di alunni con Disturbi Specifici di Apprendimento, o DSA, nelle nostre scuole: le statistiche a livello nazionale, regionale e provinciale confermano questa tendenza. Alla luce di ciò, Primo Piano ha deciso di verificare se anche nel nostro comune vi sia corrispondenza con questi dati e, soprattutto, ha provato ad abbozzare un quadro sul livello di inclusione raggiunto nei nostri istituti. Per avere un riscontro statistico complessivo e un parere su come leggere queste rilevazioni, mi sono confrontato con l’assessore all’istruzione, Elena Veneri, e con Renzo Gherardi, coordinatore per la qualificazione scolastica dell’Unione Comuni Pianura Reggiana, particolarmente impegnato sulle tematiche legate all’inclusione di alunni diversamente abili, stranieri e DSA.

Innanzitutto è opportuno precisare che i DSA sono un gruppo eterogeneo di disturbi, che si manifestano solamente nell’acquisizione delle abilità scolastiche quali la lettura (dislessia), la scrittura (disortogra a e/o disgrafia) e il calcolo (discalculia). La loro caratteristica principale è quindi la specificità: «si manifestano in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana», si afferma nella legge 170/2010, che ne ha sancito il riconoscimento da parte della scuola italiana.

L’assessore ci conferma che la tendenza nel nostro Comune rispecchia quella generale: sono circa 180 gli alunni con diagnosi di DSA iscritti nelle scuole correggesi nell’ultimo anno scolastico, anche se i dati non comprendono tutti gli Istituti. In tutta la provincia di Reggio Emilia, nell’anno scolastico 2016-2017, sono state registrate 3.199 segnalazioni, pari al 5,1% della popolazione scolastica. Nel 2008, anno in cui a Correggio si cominciò, in anticipo rispetto alla legge 170/2010, a effettuare i primi screening sui DSA, gli alunni che presentavano tali disturbi erano invece solamente poche decine.
A cosa è dovuto questo incremento? È naturale che dopo l’emanazione della legge vi sia stato un aumento di segnalazioni. Ciò che suscita qualche perplessità, invece, è che la percentuale di alunni con DSA, che si aggira attorno al 5% della popolazione scolastica, è nettamente superiore a quel 2,5-3,5% indicato dall’Istituto Superiore di Sanità come proprio della popolazione italiana in età evolutiva.

A cosa è dovuto, quindi, questo incremento? Per noi è solo possibile avanzare alcune ipotesi: un eccesso di “medicalizzazione”, ossia una tendenza a delegare il ruolo educativo all’istituzione sanitaria, laddove famiglia, scuola e società sembrano aver perso l’autorevolezza e la capacità di comprendere le esigenze delle nuove generazioni? L’insicurezza di alcune famiglie che, per non incorrere nel rischio di un insuccesso scolastico dei gli, fanno di tutto affinché venga riconosciuta loro una diagnosi, mentre in passato si preferiva piuttosto nascondere le difficoltà ed evitare una certificazione che, erroneamente, poteva essere considerata uno stigma negativo? Una parziale confusione rispetto ai criteri diagnostici, che nella fase iniziale ha garantito certificazioni anche ad alunni che, pur presentando difficoltà, non sarebbero rientrati a pieno titolo nel novero dei DSA? È difficile trovare una risposta univoca a tali quesiti, sui quali varrebbe comunque la pena riflettere ulteriormente.

Un secondo aspetto del problema riguarda il ruolo delle scuole nel far fronte ai disturbi d’apprendimento. «Al di là delle rilevazioni statistiche», afferma Gherardi, «sarebbe interessante sapere come le scuole si siano attivate per adottare tutte le misure previste dalla legge per gli alunni DSA. A che punto siamo nell’attuazione della normativa? È stato assicurato a questi alunni un percorso personalizzato che ne favorisca il raggiungimento degli obiettivi curricolari?» Secondo Gherardi sono più i problemi, che non le buone pratiche, ad essere emersi no a oggi: «Questo dipende anche dalla natura del nostro tavolo di lavoro, che riunisce i referenti di tutti gli istituti del distretto per confrontarsi sui nodi ancora irrisolti e cercare insieme possibili soluzioni. Ultimamente tutte le scuole si sono dotate di un referente per i DSA e i docenti sono sempre più formati e aggiornati, tuttavia non è mai stata effettuata una mappatura sistematica delle buone pratiche attuate nel territorio, che di sicuro esistono e meritano attenzione».

L’esperienza personale di docente nelle scuole secondarie di primo grado mi consente di affermare che, a livello di inclusione, sono stati fatti parecchi passi in avanti dall’approvazione della legge 104 del 1992 che, pur riguardando alunni con disabilità diverse dai DSA, ha fatto da apripista, contribuendo a diffondere un approccio differenziato e personalizzato all’insegnamento. Lo stesso sta avvenendo con la legge 170 sui DSA. Ora in tutte le classi prime e seconde della scuola primaria viene attuato il progetto “Un credito di fiducia”, per valutare e potenziare le abilità nella letto-scrittura e prevenire i DSA; inoltre vengono predisposti, realizzati e verificati piani didattici personalizzati per tutti gli alunni segnalati. Gli esempi virtuosi di buone pratiche di inclusione scolastica sono sempre più numerosi, grazie all’impegno e alla formazione dei docenti, alla supervisione dei dirigenti e alla sempre maggiore attenzione delle famiglie: per tutti questi motivi sarebbe interessante raccogliere contributi e testimonianze su metodologie didattiche virtuose e innovative, per dare loro visibilità.

Ma qual è il ruolo del Comune in tutto questo? «La nostra Amministrazione ha sempre cercato di fare la propria parte sui temi dell’inclusione e del diritto allo studio, soprattutto per quanto concerne gli alunni certificati e stranieri», afferma l’assessore Veneri. «Sebbene la questione dei DSA ci riguardi in minor misura, poiché investe aspetti più propriamente didattici, negli anni non è mai venuto meno il nostro impegno, finalizzato sia a promuovere attività di monitoraggio e screening, sia ad offrire opportunità di formazione ai docenti del distretto, invitando i nomi più in vista del panorama nazionale sugli argomenti che, di volta in volta, ci apparivano più in linea con le esigenze degli istituti. Basti pensare al prof. Stella, massimo esperto nazionale sul tema della dislessia, a Dario Ianes, Massimo Recalcati, Gustavo Pietropolli Charmet, Daniele Novara».

Certo, il lavoro da fare resta ancora tanto, anche a causa di una normativa non sempre coerente e frequentemente riaggiornata. Occorre senz’altro fare chiarezza sui criteri diagnostici ed evitare di delegare all’Asl ciò che potrebbe essere compiuto dagli altri attori, scuola e famiglia in primis. I problemi educativi sono sempre più al centro dell’attenzione dei media: non resta che ribadire il valore di un’alleanza fra tutti i soggetti educanti, risorsa imprescindibile per favorire il successo dei nostri ragazzi, prima come alunni, in seguito come cittadini.

Luigi Levrini

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