L’insegnamento secondo Galimberti

Il filosofo in esclusiva per Primo Piano – Conversazione con Mauro Degola

Umberto Galimberti è un tipo simpatico pur essendo uno dei massimi filosofi contemporanei, che ha saputo integrare filosofia, psicologia e antropologia pervenendo ad un’unica e originale visione del mondo. Ed è anche amico di Correggio, da quando Primo Piano lo ha accolto al teatro Asioli per una acclamata conversazione sui giovani. Del resto il professore ha una vastissima schiera di estimatori (non chiamateli followers perché vi lancerebbe contro il suo voluminoso “Nuovo Dizionario di Psicologia”) che legge i suoi libri, lo cerca sulle pagine di Repubblica e lo segue nelle conferenze in cui affronta temi complessi misurandosi crudamente con la realtà. Come aveva promesso, concede una intervista esclusiva per i lettori di Primo Piano.

Il punto di partenza sono le sediate ai professori da parte di ragazzotti turbolenti, i ceffoni alla professoressa per un richiamo e soprattutto i genitori che assalgono fisicamente l’insegnante per un brutto voto o persino per un giudizio non eccellente assegnato al proprio rampollo, tanto per stare ai casi più recenti su cui i media sono andati a nozze. Casi forse limite: vicino a noi non è ancora successo, anzi tendiamo a ritenerci immuni perché abbiamo le scuole più belle del mondo.
«In passato non si pigliavano a calci i professori perché tutti vivevamo in una società della disciplina, nata dalle angustie della povertà da cui si usciva meritandoselo. Poi il senso dei diritti ha preso il sopravvento su quello del dovere. Oggi il dovere è spesso un ritornello un po’ stanco che si recita in famiglia e sconosciuto fuori. La società ti insegna che la cosa più importante è il raggiungimento del piacere (perché questo è il motore dei consumi). E chi per missione dovrebbe allenarti alla vita, ai sentimenti, ai valori spesso è anche lui vittima del modello edonistico, che siano genitori (farsi una morosa a cinquant’anni, essere inclini al rancore e colpevolizzare sempre gli altri) o insegnanti (il lavoro come optional, il lasciar perdere di fronte ai conflitti). Perché meravigliarsi se qualche genitore pensa di saperne più di un professore (come del resto più di un medico, di un economista, di un ingegnere…) e si fa giustizia da sé (giustizia per l’offesa arrecata tramite il figlio al proprio io)?»

In effetti, ai miei tempi, se un insegnante mi puniva, in famiglia venivo punito ancora di più, a prescindere. Sono famosi a Correggio i nomi dei maestri che bacchettavano fisicamente gli indisciplinati, ma non risulta che qualche genitore si sia lamentato. Cos’è successo per arrivare al rovesciamento delle parti?
«Oggi a molti genitori non interessa la formazione scolastica dei figli, tanto la strada del successo pensano stia da un’altra parte: gli interessa solo che vengano promossi. Per questo io oggi non credo alla gestione partecipata della scuola con i genitori, perché anche quelli dotati delle migliori intenzioni tendono a fare i sindacalisti dei propri figli. Invece bisogna recuperare il percorso formativo originario: in tutte le tribù primitive un adolescente, quando è il momento, viene messo fuori dalla tribù, isolato per un certo periodo a imparare a sopravvivere. Se riesce a tornare, cioè a non essere sbranato dalle fiere e indebolito dalle malattie, rientra in tribù e sarà in grado di essere di aiuto alla tribù e a se stesso. In una società moderna la scuola dovrebbe svolgere proprio questa funzione, con meno rischi e spargimento di sangue. Il problema è che oggi non abbiamo più “riti iniziatici”, i giovani non imparano nemmeno a sopportare un insegnante sgradevole, a gestire le proprie emozioni in un contesto così semplice e protetto. Ma la vita non avrà una protezione all-inclusive, una specie di mutua familiare. La vita sarà un’incertezza perenne, non ci saranno “sindacati” a difendere il giovane: i genitori devono capirlo, gli insegnanti aiutarlo.»

Ecco, secondo te come si può recuperare questo ruolo dell’insegnante? Perché è vero, io approfondivo una materia se l’insegnante mi appassionava e trascuravo quell’altra se l’insegnante era scarso.
«Io credo che l’insegnamento passi attraverso l’esempio e la condivisione di sentimenti da parte del docente. Un ragazzo se avrà sentimenti buoni sarà predisposto ad atti d’amore e di comprensione e non ad atti d’odio razziale, di prevaricazione verso vecchi o handicappati, di vandalismo. I sentimenti, l’emotività, la sensibilità non si possono insegnare ad un adolescente: si possono suscitare e rafforzare attraverso l’apprezzamento, come una volta facevano le nostre nonne. Un insegnante deve quindi essere prima di qualsiasi altra cosa dotato di “empatia” (= entrare in sintonia con le emozioni dell’altro). Purtroppo l’empatia, la capacità di affascinare e di guidare una classe (che per questo deve essere composta da un numero limitato di ragazzi) è una dote che non si acquisisce: o c’è per carattere o non c’è. Quindi, chi non ce l’ha non dovrebbe fare il professore (come uno alto un metro e mezzo non può fare il corazziere, ma può fare il ginnasta). È indispensabile un test di personalità prima di abilitare qualsiasi persona all’insegnamento. Poi, certo, verranno gli strumenti didattici e la programmazione. Ma diceva Platone: “non arriverai mai alla testa dell’allievo se non passi dal cuore”.»

Quelli che tu chiami non-empatici li conoscono tutti (colleghi, preside, allievi) perchè non sanno “tenere” la classe o si nascondono dietro la burocrazia più pigra. Invece dovrebbero essere tutti insegnanti come Robin Williams nell’ “Attimo Fuggente”, ma alla fine anche lui veniva espulso dall’istituzione-scuola.
«Questo perché tutti gli attori dovrebbero essere una squadra e giocare la stessa partita. Altrimenti vincono gli individualismi e gli opportunismi che fanno blocco.»

E lo Stato cosa potrebbe fare? Spesso le riforme dei metodi della scuola sono state rese impossibili da divisioni di carattere ideologico o religioso del corpo insegnanti.
«Ecco, qua ti volevo: lo Stato! Il ruolo dello Stato in Italia si è rivelato quasi sempre negativo, ogni ministro ha voluto segnalare che esisteva innovando la forma (l’esame di maturità, i programmi, i giudizi vs. i voti, le lauree di tre anni più due, aumentare il numero dei promossi) e mai incidendo sulla natura e il funzionamento della scuola. Il fatto è che lo Stato pensa alla Scuola come ad un luogo di occupazione degli insegnanti e dei bidelli e non come al mezzo per formare la personalità degli adolescenti.» E infatti, aggiungo, il ministero è composto dai sindacalisti degli insegnanti.

Abbiamo mantenuto la promessa di non sforare i dieci minuti di registrazione. Ci diamo appuntamento a Milano. Noi: per portare i cappelletti correggesi che il professore ha particolarmente apprezzato. Lui: purché portiamo anche una delle sue followers di Correggio. Ma che sia bella, puntualizza.

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