Io, innamorata della CGIL

Vanna Gelosini ci racconta il passato e il futuro del sindacato

Sfoggia con orgoglio il ciuffo viola e il sorriso contagioso. Porta brillantemente i suoi 63 anni, Vanna Gelosini.
«36 anni alla CGIL mi hanno fatto bene al cuore e alla mente» premette, accingendosi alla lunga chiacchierata sulla propria esperienza all’interno di quel sindacato che per diversi decenni è stato luogo di cultura, di formazione, di aggregazione e di potere ed oggi, anche in un territorio come il nostro nel quale è sempre stato molto radicato, si interroga sul suo ruolo e sui suoi obiettivi. «Ho vissuto i momenti d’oro delle organizzazioni sindacali, quando la maggior parte dei lavoratori dipendenti si riconosceva
appieno nei valori e aderiva in massa alle iniziative. Nell’ultimo decennio ho visto trasformarsi il mondo del lavoro che oggi è diviso tra chi ha faticosamente mantenuto diritti e certezze e chi, sempre di più, vive nella precarietà. Ora che sono in pensione continuo a dare una mano e guardo con speranza al prossimo congresso della CGIL. Sarà un passaggio importante della sua storia».

Vanna è nata a Canolo. Verso gli otto anni si è trasferita in centro a Correggio dove ha frequentato le Elementari. Poi, per le Professionali, a Reggio Emilia dove, dopo aver conseguito il diploma di figurinista, entra alla famosa scuola Maramotti per modelliste. Una formazione che le permette di lavorare prima in casa, poi di essere assunta al Maglificio Uno di San Martino in Rio. È là che scopre la propria vocazione di sindacalista: la soddisfazione di rappresentare un gruppo di persone, di esprimere le loro giuste rivendicazioni e di trasformarle in diritti.

«Per me era quasi un istinto, che veniva dall’educazione ricevuta in famiglia. Mio padre era un contadino, poi, come tanti in quegli anni, era passato al lavoro in fabbrica. Lui metteva davanti a tutto l’onestà, la correttezza, il dovere. Io ero un’operaia del settore tessile che si trovava a lavorare insieme ad altre donne e che osservava il loro bisogno di conciliare il lavoro con la famiglia, con i problemi della salute. Per me l’obiettivo più grande era di riuscire a rendere il loro lavoro meno pesante, più giusto e più umano attraverso il contratto aziendale».
I contratti collettivi aziendali sono diventati così il cavallo di battaglia di Vanna Gelosini, prima sul campo, nelle fabbriche tessili e metalmeccaniche, poi come materia di studio e di analisi quando, con gli anni, è diventata responsabile dell’Ufficio Vertenze della Camera del Lavoro e autrice di tanti manuali utilizzati nelle contrattazioni.
Il passaggio da semplice delegata sindacale a funzionaria della CGIL si veri ca nel luglio del 1980, quando viene contattata dai vertici dell’organizzazione, che ne riconobbero l’operosità e la competenza: Vanna diventa così una funzionaria del sindacato dei tessili della Zona di Correggio. In quegli anni sul territorio erano attive realtà produttive importanti: Certex, Mendal, Gioconda, Miss Deanna. Il personale era quasi tutto femminile e “la Vanna” diventa un punto di rifermento fondamentale nell’affermazione dei diritti delle donne. «In diversi contratti aziendali – cita soddisfatta – riuscii addirittura ad inserire il pagamento delle due ore necessarie alle lavoratrici per effettuare il pap test!».

 

“L’OBIETTIVO PIÙ GRANDE ERA RIUSCIRE
A RENDERE IL LORO LAVORO MENO PESANTE,
PIÙ GIUSTO, PIÙ UMANO

 

Non solo i diritti donne, ad ogni modo, entrano nell’esperienza sindacale di Vanna Gelosini. Nel 1990 diventa infatti funzionaria del settore metalmeccanico, sempre della zona correggese ed in seguito a Guastalla, assieme all’incarico di coordinatrice di zona. Un comparto produttivo complesso, dove Vanna si distingue ancora una volta per la sua capacità nella gestione delle vertenze aziendali. Poi la passione per l’analisi dei dati, per lo studio l’hanno portata sino alla segreteria della Camera del Lavoro e dal 2008 al 2016 a gestire anche l’Osservatorio sulla Crisi. Nessuno come lei, forse, ha visto con tanta chiarezza l’evolversi della più grande crisi economica del dopoguerra sul nostro territorio.

«Il danno più grande portato dalla crisi – spiega – è stato la divisione dei lavoratori, la loro umiliazione, con una profonda riduzione dei diritti e dei salari e l’abbassamento della dignità del lavoro. Fare i sindacalisti significa unire. Il grande obiettivo della CGIL dovrà essere di nuovo questo».
Il suo amore per la CGIL rimane un punto fermo. Si illumina quando ricorda gli innumerevoli presidi e le coloratissime manifestazioni cui ha partecipato. «Far parte di questo sindacato – insiste – è stato un onore e ha dato un senso alla mia vita: la possibilità di stare in mezzo alle persone, di capire i loro bisogni e cercare di dare loro delle risposte è stata un’occasione di crescita enorme, come lavoratrice e come individuo. Spero che nel futuro la CGIL sia ancora così, perché i lavoratori hanno costruito questo sindacato e solo attraverso un’organizzazione che unisce e coordina i lavoratori si è in grado nobilitarli e dare un senso al loro lavoro».

Liviana Iotti

Leggi questo e altri articoli su Primo Piano di Novembre 2018

Condividi: